                           La Giovine Italia


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Title: La Giovine Italia

Author: Giuseppe Mazzini

Release Date: January 06, 2012 [EBook #38509]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA GIOVINE ITALIA ***




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              BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
     pubblicata da _T. Casini_ e _V. Fiorini_. -- _Serie III, N. 6_

                                   LA
                            _Giovine Italia_


                             NUOVA EDIZIONE
                                 A CURA
                                   DI
                             MARIO MENGHINI


                                  ROMA
                    SOCIET EDITRICE DANTE ALIGHIERI
                                   --
                                  1902

                                  ----

                          PROPRIET LETTERARIA
                 DELLA SOCIET EDITRICE DANTE ALIGHIERI


_Gli esemplari di questo volume non firmati dal gerente della Societ si
                      ritengono per contraffatti._


               (01-621) Roma, Tipografia Enrico Voghera.

                                  ----




                                 INDICE


    INTRODUZIONE.
    DELLA GIOVINE ITALIA
    ORAZIONE per Cosimo Damiano Delfante
    ROMAGNA
      _Un cenno ad onore dell'estinto PIETRO COLLETTA,_ benemerito
      italiano, gia' tenente-generale, e ministro della guerra a Napoli,
      nel 1821.
    LA VOCE DELLA VERIT
      SOCIET DEGLI AMICI DEL POPOLO.
      DISCORSO PRONUNCIATO DA RASPAIL, PRESIDENTE DEGLI AMICI DEL
      POPOLO.
      1831.
      RIVOLUZIONE DI PARIGI
      AGLI ITALIANI.

                                  ----




                             INTRODUZIONE.


Il giornale _La Giovine Italia_, indicato nel frontispizio come una
serie di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria
della Italia, tendenti alla sua rigenerazione,  un de' rappresentanti
maggiori, se non il migliore, di quella raccolta di periodici
mazziniani, che s'inizia con l'_Indicatore Genovese_, che si chiude con
la _Roma del Popolo_, e che aspetta sempre uno studioso di coscienza, il
quale ne indaghi le vicende e ne stabilisca l'importanza, certamente
moltissima, che tiene tra la stampa periodica italiana negli anni pi
splendidi del nostro Risorgimento[1]. Divenuto raro sin da' primi anni
della sua pubblicazione, tanto per le difficolt che incontrava nel
diffondersi all'interno ed all'estero, quanto per il pericolo che
minacciava tutti coloro che ne possedessero qualche fascicolo, dacch,
una volta scoperti, avrebbero scontato l'errore con una vita di
dolore[2], il periodico si sarebbe dovuto ristampare per le cure stesse
del Mazzini, di modo che, ristretto nel materiale, sfrondato degli
articoli di minore importanza, avrebbe potuto ancor degnamente
rappresentare l'eco di nobilissimi propositi, i quali, anche sette anni
dopo, possedevano il pregio dell'attualit: inerte, torpido, prostrato
sotto il vigile occhio dell'Austria e dei governi d'Italia essendo
sempre il paese, che il grande apostolo tentava ancora una volta di
galvanizzare, uscente da quella tremenda _tempesta del dubbio_ dapprima,
e dal doloroso raccoglimento di poi, in cui rimase per oltre anni,
quando una persecuzione senza tregua lo ebbe obbligato ad abbandonare la
Svizzera e avere un pi sicuro asilo in Inghilterra.

 [1] Un saggio notevole  per quello di _Piero Cironi_, _La stampa
     nazionale in Italia_ (in _Piovano Arlotto_, a. III (1860), pp.
     381-414 e 563-581).

 [2] Avuta notizia che la _Giovine Italia_, nonostante le molte
     persecuzioni e la vigilanza alle frontiere, era potuta penetrare
     ne' suoi Stati e circolare tra gli affiliati della associazione
     omonima, Carlo Alberto pubblicava il seguente decreto, inteso a
     regolare l'introduzione delle stampe in Piemonte:

                            _Carlo Alberto, ecc._

     La moltiplicit e quantit di libri, giornali e scritti che
     s'introducono o si fanno circolare clandestinamente ne' nostri
     Stati, e le funeste conseguenze che ne derivano, ci hanno fatto
     conoscere l'insufficienza delle leggi attuali, e sentire la
     necessit di nuove pi energiche disposizioni, onde antivenire e
     reprimere tali abusi. Quindi  che per le presenti, di nostra certa
     scienza e Regia autorit, avuto il parere del nostro Consiglio di
     Stato, abbiamo ordinato e ordiniamo quanto segue:

     _Art. 1._ -- L'introduzione dall'estero ne' nostri Stati di libri,
     giornali, o altri scritti o disegni qualunque tanto a stampa che a
     mano, contrari ai principii della Religione, della morale e della
     nostra monarchia, sar, oltre alle pene prescritte al cap. 16, tit.
     34 delle Generali Costituzioni, ed al cap. 17, tit. XXXIII, lib. 2
     del Regolamento pel Ducato di Genova, punito con una pena corporale
     di carcere o di catena da uno sino ai tre anni, la quale potr
     estendersi anche alla galera da due a cinque anni, quando pel
     numero degli esemplari, o per altre circostanze, apparisse che
     fossero introdotti per essere disseminati.

     Qualora per una tale introduzione tendesse a provocare o
     promuovere taluno dei delitti previsti nel cap. 2, tit, 34, lib. 4
     delle stesse Generali Costituzioni, e nel cap. 2, tit. XXXIII, lib.
     2 dell'anzidetto Regolamento, e gli introduttori ne fossero
     cooperatori o consapevoli, saranno applicate le pene ivi stabilite.

     _Art. 2._ -- Le sopradette pene saranno pure applicate contro chi
     stampasse, pubblicasse, o facesse circolare ne' nostri Stati i
     detti libri, giornali, scritti o disegni.

     _Art. 3._ -- Chiunque li ricever per la posta o per altro mezzo,
     anche senza sua partecipazione, o consenso, sar obbligato di
     rimetterli immediatamente ai rispettivi Governatori o Comandanti, e
     nei luoghi ove questi non risiedono, potr anche rimetterli al
     Sindaco. I contravventori, massime quando per la loro condotta
     fossero gi in tali fatti sospetti, saranno puniti a giudizio del
     Senato, col carcere fino a due anni.

     _Art. 4._ -- Dichiariamo inoltre che la multa di scudi cento
     antichi portata dal  14, cap. 16, tit. 34, lib. 4 delle Generali
     Costituzioni, e dal  32, cap. 17, tit. XXXIII, lib. 2 del
     Regolamento pel Ducato di Genova, spetter per met allo scopritore
     o denunciatore della contravvenzione, il quale, volendo, sar
     tenuto segreto.

     In seguito, scoperta la congiura che fu spenta col sangue di tante
     nobili esistenze, il governo sardo fu ancor pi feroce contro i
     possessori della pericolosa pubblicazione. Infatti, con sentenza
     del 20 maggio 1833 Giuseppe Tamburelli di Voghera, caporal furiere,
     era a Chambry fucilato alla schiena per aver letta o imprestata a
     qualche soldato la _Giovine Italia_; con altra del 13 giugno 1833
     si condannava l'avv. G. B. Scovazzi alla pena di morte ignominiosa
     ed incorso in tutte le pene e pregiudizi dei banditi di primo
     catalogo per avere, tra le altre colpe che gli si apponevano,
     sparso tra i congiurati il terzo volume del libro sedizioso
     intitolato la _Giovine Italia_: con altra del 20 successivo il
     causidico Audrea Vocheri, pi infelice dello Scovazzi, riescito a
     scampare con la fuga, fu condannato alla stessa pena, che sostenne
     con indicibile eroismo per avere da alcuni mesi prima del di lui
     arresto tenuto pratiche ed usato mezzi di subordinazione,
     distribuendo in Alessandria scritti sediziosi e segnatamente la
     _Giovine Italia_. N qui ha termine la dolorosa lista, n il
     Piemonte fu solo nella via delle persecuzioni. Baster dire che a
     Modena l'avvocato Mattioli, spaventato d'un processo ridicolo,
     artefatto con grottesche imputazioni, ide una tela di confessioni
     per salvarsi, e invece coinvolse nella sua condanna certo
     Cristoforo Pezzini, accusandolo d'avergli rilasciato i fascicoli
     della _Giovine Italia_ e varie carte settarie. E il Pezzini, con
     sentenza del 16 maggio 1833 fu condannato alla pena di morte che
     gli venne commutata dal Duca il 19 di quel mese alla galera a
     vita. Cfr. _A. Sorbelli_, _La congiuria Mattioli_; Roma, Soc. Ed.
     Dante Alighieri, 1901, p. 140.

La ristampa doveva compiersi a Parigi, per i tipi della vedova Lacombe,
casa editrice ben nota agli studiosi del nostro Risorgimento, in quanto
ad essa gli esuli italiani di Francia affidarono gran parte de' loro
scritti, perch fossero divulgati per le stampe. Alla fine di maggio del
1840 usc infatti il seguente manifesto che annunciava la nuova edizione
del periodico: "L'edizione della _Giovine Italia_ essendo da pi anni
esaurita, alcuni italiani hanno pensato che una ristampa potrebbe
riuscire giovevole all'educazione della giovent italiana ed avviamento
a nuovi lavori. Ma tra gli scritti contenuti in quella raccolta, molti
uscirono dettati dall'impulso di circostanze oggi modificate, e non
importa ripubblicarli; altri, dotati di valore storico pi che teorico,
spetterebbero ad una collezione ordinata con intento diverso da quello
degli editori di quest'annunzio. L'intento  quello di presentare agli
Italiani, raccolti in un libro, que' scritti soli che contengono il
programma primo della _Giovine Italia_, e insegnano nello spirito
dell'associazione il fine da prefiggersi agli sforzi della nazione, e i
mezzi opportuni a raggiungerlo. E que' scritti spettano presso che tutti
a un solo fra i collaboratori, Giuseppe Mazzini. Gli editori si sono
dunque rivolti a lui richiedendolo d'ordinar quegli articoli, condurre a
termine quei ch'erano rimasti, pe' casi de' tempi, imperfetti,
modificare e aggiungere dov'ei credesse. Risultato di un lavoro siffatto
 il libro che qui si propone alla sottoscrizione, col titolo: _La_
_Giovine Italia_, _raccolta di scritti pubblicati in diversi tempi da
Giuseppe Mazzini._ Oltre un'introduzione e un articolo scritto ora
espressamente dall'autore, ecco i titoli degli argomenti che entreranno
in questa ristampa: La _Giovine Italia_, programma politico; D'alcune
cause che impedirono finora lo sviluppo della libert in Italia; --
Dell'Unit Italiana; -- Della guerra d'insurrezione; -- Ai preti
Italiani; -- Ai poeti, pensieri; -- Fratellanza de' popoli; -- Cose di
Savoia; -- Lettera alla Giovent Italiana, ecc. ecc. -- Due volumi.
Prezzo 6 franchi per i sottoscrittori, 8 per gli altri, ecc. Parigi. Ma
il periodico aveva suscitato troppo fermento in Italia, perch tutti i
governi non si commovessero all'annuncio che ancora una volta si
tentasse diffonderlo nel popolo. Cominciarono quindi i preparativi per
impedirgli l'entrata all'interno, tanto pi che la pubblicazione di esso
segnava il cominciamento d'un nuovo periodo di riscossa, alla quale il
Mazzini s'accingeva con metodi pi pratici, migliori ad ogni modo di
quelli che gi gli aveano procurate due amare delusioni, lanciando quel
memorando invito agli Italiani, perch s'aggregassero alla _Giovane
Italia_ e operassero tutti concordemente colla massima attivit pel
conseguimento del divisato intento. Una circolare a tutti i commissari
superiori di polizia nel Lombardo-Veneto avvertiva il 25 luglio dello
stesso anno: Con apposito avviso a stampa la tipografia di Madama
Lacombe di Parigi ha pubblicato da poco tempo la comparsa d'una nuova
opera divisa in due volumi in ottavo, ed accordata in via di
associazione in Parigi al prezzo di sei franchi, quale porta per titolo:
_La Giovine Italia_, raccolta di scritti pubblicati in diversi tempi da
Giuseppe Mazzini. Collo stesso avviso si avverte che l'opera suddetta,
compilata dietro quanto si potea ora esigere dal gi seguito mutamento
di tempi e di circostanze, tende specialmente ad istruire la giovent
nelle massime professate dalle societ segrete.

Rendendone perci consapevole cotesto..... lo s'invita simultaneamente
a voler attivare le pi energiche ed avvedute misure di sorveglianza,
all'uopo di possibilmente scoprire ed impedire la clandestina
introduzione delle preaccennate diaboliche produzioni, quali nel caso di
scoperta dovrebbero essere tantosto sequestrate e rimesse a questa
Direzione Generale, cui dovrebbero essere scortati anche quegli
individui che mai ne fossero trovati in possesso, onde procedere in loro
confronto, a norma delle superiori istruzioni[3].

 [3] _Carte segrete e Atti Ufficiali della Polizia Austriaca in Italia
     dal 4 giugno 1814 al 22 marzo 1848_; Capolago, tip. Elvetica, 1852,
     vol. III, p. 52.

Tuttavia la ristampa della _Giovine Italia_, per ragioni che ora ci
sfuggono, non pot effettuarsi, come era sfumato il disegno, concepito
cinque anni prima, di pubblicare il giornale in una traduzione francese,
che avrebbe dovuto compiersi a Losanna[4]. Probabilmente, le
persecuzioni de' governi d'Italia, le rimostranze de' gabinetti esteri a
quello di Luigi Filippo, subdolo quanto mai in quegli atti del suo
governo che si riferivano alle mene contro i rifugiati politici,
contribuirono a fare abortire il nobile proposito, il quale forse non fu
aiutato abbastanza da' sottoscrittori. La _Giovine Italia_ rimase quindi
ci che si dice una vera rarit bibliografica, sconosciuta ai pi, anche
a coloro che ne parlarono di proposito, ma che ne ignorarono gran parte
del contenuto, perch, ad eccezione di quegli scritti, che il Mazzini
inser nella raccolta delle sue opere, e che poterono quindi consultarsi
con pi agio, l'altra parte, certamente meno importante, ma forse pi
curiosa e pi utile allo studioso, in quanto riflette le passioni del
momento, e abbonda di particolari di grande interesse per la storia del
Risorgimento, seguit a rimanere inaccessibile. Onde parve a noi che
ripigliando il proposito del Mazzini, allargandolo in quei concetti che
nel 1840 potevano essere pi plausibili, e ristampando integralmente i
sei fascicoli della _Giovine Italia_, riproducendo esattamente, o almeno
fin dove era possibile, le caratteristiche esterne ed interne del
periodico, si sarebbe reso, come si dice, un utile servigio agli
studiosi della nostra storia nazionale.

 [4] Il proposito di questa traduzione fu espresso nell'_Europa
     Centrale_ del 12 marzo 1835. Ecco il manifesto della pubblicazione,
     che forse fu inserito anche in altri periodici:

     Le journal, la _Giovine Italia_, fond par les plus nobles dbris
     de l'migration italienne, et que le nom de Mazzini fait resplendir
     de tant d'clat, a acquis une rputation telle que tout loge
     serait superflu dans notre bouche.

     Les esprances, l'hrosme et les infortunes de l'Italie sont si
     puissans d'intrt, raconts avec une touchante vrit par ceux-l
     mmes qui furent acteurs dans les vnements qu'ils dcrivent: la
     plume de Mazzini, de ce jeune homme au patriotisme pur et lev, 
     l'me bouillante de toutes les gnreuses passions, est si
     remarquable par la profondeur des penses, la vigueur du style et
     la force d'une logique irrsistible, qu'on dsirait depuis
     longtemps une traduction en franais de cet ouvrage; ce voeu nous
     l'avons rempli.

     Nous avons pens que nous devions retrancher de la _Giovine
     Italia_, qui compte dj six volumes in-8 ordinaire, tout ce qui
     serait empreint d'un caractre de localit trop prononc. Nous
     n'avons choisi que les articles qui font plus particulirement
     connatre ses doctrines et qui retracent des malheurs d'une ralit
     sanglante.

     Nous traduirons au fur et  mesure de leur apparition les
     productions  venir de la _Jeune Italie_. La traduction de ce qui a
     paru jusqu' prsent et que nous offrons au public, se composera de
     4 vol. in-8 de 250 pages chaque, qui seront augments d'un
     supplment toutes les fois que nous jugerons convenable d'extraire
     de la _Revue rpublicaine_ quelques-uns des articles dont M.
     Mazzini parat vouloir enrichir de temps en temps cette
     publication.

     Les livraisons auront lieu par volume.

     Le premier volume paratra dans le courant d'avril prochain, et
     les suivans seront publis de mois en mois  partir de cette
     poque.

     Le prix du volume est fix, en faveur des souscripteurs seulement,
     a 3 fr. 60 cent. de France, payables  sa rception.

     La souscription sera close au 20 avril prochain.

     On souscrit chez tous les principaux libraires des diffrentes
     villes de la Suisse, et chez le traducteur, poste restante, 
     Lausanne, auquel on pourra s'adresser pour toute espce de
     rclamation. Toutes les demandes devront tre affranchies. Les
     frais de poste seront  la charge des souscripteurs qui y donneront
     lieu.

Il cmpito al quale ci siamo assunti  stato poi agevolato dal fatto che
una copia completa della _Giovine Italia_  conservata nel fondo
_Risorgimento_ della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Roma. La
grande cortesia del bibliotecario, conte Domenico Gnoli, ci permise di
trascriverla tutta, dando agio a me e al tipografo di riprodurre
esattamente il frontespizio e tutte quelle particolarit che possono
offrire al possessore di questa ristampa l'illusione di aver presso di
s l'originale, dal quale ad ogni modo, non riproducemmo, liberandoci
d'una soverchia pedanteria di editore diplomatico, gli errori di stampa
e l'errata-corrige. Diremo di pi che a piede di pagina abbiamo notato
le varianti degli scritti mazziniani risultate dal confronto tra la
_Giovine Italia_ e la prima edizione degli _Scritti editi e inediti_
intrapresa per le cure stesse dell'autore nel 1861, perch ci parve che
il Mazzini, grande stilista, pi di quanto ai pi non sembri, abbia
sempre prediletto di tormentare la forma classica del periodo. Abbiamo
di pi posto alla fine della pubblicazione un indice analitico, che
servir allo studioso per orientarsi e indagare per entro il periodico.

                                  ***

Sono abbastanza note, perch le narr, forse con troppo parsimonia, lo
stesso Mazzini in alcuni di quei preziosi _Ricordi autobiografici_
sparsi ne' primi volumi dei suoi _Scritti editi e inediti_, le origini
del periodico. Esso fu ideato, insieme con l'associazione omonima, nel
forte di Savona, dove il Mazzini era stato rinchiuso, dopo che la
delazione di Raimondo Doria aveva rivelate al governo sardo le deboli
fila della Carboneria genovese, alla quale aveva aderito qualche tempo
prima il grande Italiano, allora agli inizii della sua carriera di
cospiratore, Ideai -- dice egli stesso -- in quei mesi
d'imprigionamento in Savona, il disegno della _Giovine Italia_; meditai
i principii sui quali doveva fondarsi l'ordinamento del partito, e
l'intento che dovevamo dichiaratamente prefiggerci: pensai al modo
d'impianto, ai primi ch'io avrei chiamato ad iniziarlo con me,
all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi rivoluzionari
Europei[5]. Liberato dal carcere, a condizione che scegliesse tra un
soggiorno, che non fosse Genova, n Torino, n un punto qualsiasi delle
spiagge liguri, e l'esilio, prefer quest'ultimo. E nell'esilio, dopo la
lettera a Carlo Alberto, che gli procur l'ira del governo sardo, dopo
tante delusioni ch'ebbe per l'abortita insurrezione dell'Italia centrale
e per la mancata prima spedizione in Savoia, mise ad effetto il disegno
che avea maturato nel forte di Savona, cio la fondazione della
_Giovine Italia_ a cui provvide quando dalla Corsica ritorn a
Marsiglia, e fermo nell'idea d'iniziare la doppia missione segreta e
pubblica, insurrezionale e educatrice, s'affrett a stampare il
manifesto del periodico, che fu divulgato sul finire del 1831, a poca
distanza dalla pubblicazione del primo fascicolo[6].

 [5] _Scritti editi e inediti_, vol. I, p. 38.

 [6] Questo manifesto fu in seguito ristampato in _Scritti_, ecc., I,
     122 e segg.

Ben modesti furono gl'inizi del giornale, perch quasi tutti gli esuli
erano dissestati in finanza. Tuttavia Giacomo Ciani, un de' due
fratelli che tanto diedero d'opera e di danaro in que' primi movimenti
patriottici, fece guarentigia per ottomila franchi al periodico[7]; il
Mazzini andava economizzando quanto pi poteva sul trimestre che _gli_
veniva dalla famiglia[8]; altri aiutarono in diverse guise, come quel
La Cecilia allora dirittamente buono, che giunto in Marsiglia dalla
Corsica, dove s'era rifugiato dopo l'infelice tentativo di Lione, si
fece compositore di caratteri, e ad un tempo collaboratore; come
Giuseppe Lamberti, l'amico, il segretario fidato del Mazzini, che
assunse la correzione delle bozze. Insomma fu un affratellamento de' pi
eroici, accesi tutti del nobile entusiasmo di divulgare scritti che
avrebbero infiammato i giovani italiani del santo amore della patria.
Vivevamo uguali e fratelli davvero -- assicura il grande cospiratore,
-- d'un solo pensiero, d'una sola speranza, d'un solo culto all'ideale
dell'anima; amati, ammirati per tenacit di proposito e facolt di
lavoro continuo dai repubblicani stranieri; spesso -- dacch spendevamo,
per ogni cosa, del nostro, -- fra le strette della miseria, ma giulivi a
un modo e sorridenti d'un sorriso di fede nell'avvenire. Furono, dal
1831 al 1833, due anni di vita giovine, pura e lietamente devota, com'io
la desidero alla generazione che sorge. Avevamo la guerra accanita
abbastanza e pericoli, com'ora dir, ma da nemici dai quali
l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie, di ingratitudini,
di sospetti, e calunnie da uomini di patria e spesso di parte nostra,
l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione della Bandiera,
non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanit offesa e peggio,
di quasi una intera generazione che giurava in quegli anni con noi, non
aveva ancora non dir sfrondato o disseccato l'anime nostre, amorevoli
oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi pochi

    La volenta e disperata pace,

il lavoro senza conforto di speranza individuale, per sola riverenza al
freddo, inesorabile, sacro dovere[9].

 [7] Lettera del Pecchio al Panizzi in _Lettere ad Antonio Panizzi_;
     Firenze, Barbra, 1880, p. 109.

 [8] _Scritti_, ecc., vol. I, pp. 122.

 [9] _Scritti_, ecc., vol. I, p. 395-396.

Ma a questi pericoli i quali il Mazzini poteva prevedere, agli altri,
che pur troppo furono un fatto compiuto e si chiusero, tragicamente, col
sangue, altri ancora s'addensavano sui capi di quei magnanimi, dacch la
vigile polizia sarda a Marsiglia ne spiava attentamente i pi riposti
propositi, riferendoli al governo centrale di Torino. Infatti, nel
dicembre del '31 il consolato sardo a Marsiglia era in grado di scrivere
al suo governo: Mi annunziano che una societ di rifugiati italiani,
alla testa dei quali si trova l'avvocato Mazzini, si sta attualmente
occupando per trovar mezzo di pubblicare un giornale sotto il titolo di
_Giovine Italia_, proprio ad esaltare gli spiriti e indurli alla
rivolta, coll'idea poi di spanderlo a profusione per tutta Italia[10];
il mese dopo, il Morra, governatore d'una citt di frontiera del
Piemonte, scriveva al ministro Tonduti della Scarena: Coll'ultimo
corriere di posta m' pervenuto dal solito corrispondente di Marsiglia
una nota contenente in ispecie alcune ben interessanti indicazioni sia
riguardo alla societ sotto il titolo di _Giovine Italia_, quanto
principalmente sui corrispondenti, che li capi di detta Societ trovansi
avere tanto in Genova che a Bologna. Il solito corrispondente, essendo
non senza difficolt pervenuto a procurarsi il manoscritto del prospetto
di quel giornale sotto il nome di _Giovine Italia_, che alcuni
fuorusciti hanno intenzione di stampare in Marsiglia, me ne ha
coll'ultimo corriere trasmessa copia. Da quanto egli mi annunzia, il
primo numero di quel tal giornale verr senza fallo pubblicato il 1 del
prossimo mese di febbraio, e non ostante tutte le precauzioni che i
redattori prendono, perch non capiti nelle mani che dei soli loro, mi
lusingo nulladimeno di averne regolarmente un esemplare. Sto altres
occupandomi per conoscere di quali altri mezzi, oltre li indicati,
potranno per avventura prevalersi li detti redattori dello stesso
giornale in Italia[11]. Prosa, come si vede, sporca e negletta, come
l'abito della spia. La quale, seguendo il suo ufficio con assai
diligenza, scriveva da Marsiglia alla Polizia torinese nel marzo dello
stesso anno: Enfin l'ouvrage priodique vient de paratre, et il a t
distribu hier matin  tous les abonns..... Il m'a t assur par
quelqu'un qui est  mme de le savoir que le principal envoie en Italie
aura lieu par le bateau  vapeur le _Francesco Primo_, command par le
capitaine De Martino, qui partira de cette ville le 31 de ce mois. Le
capitaine est l'intime ami de Mazzini, et ce qui est cause qu'on compte
plus sur lui qui tout autre. Mais indpendemment de cel, on se propose
de profiter de toutes les occasions favorables qui peuvent se prsenter.
Ils ont des abonns  Gnes,  Milan, mais sortout dans les quatres
lgations[12].

[10] Questo documento fu certamente osservato e trascritto di su
     l'autografo dell'Archivio di Stato di Torino da _Nicomede Bianchi_,
     che ne pubblic la parte da noi riprodotta nel volume: _Vicende del
     Mazzinianismo politico e religioso dal 1832 al 1854_; Savona, tip.
     Sambolino, MDCCCLIV, p. 18.

[11] _N. Bianchi_, op. cit., pp. 18-19.

[12] _N. Bianchi_, op. cit., p. 19.

Ma, nonostante le molte persecuzioni che forse si saranno usate per
impedirne la pubblicazione, il 18 marzo del 1832 era pronto, per essere
irraggiato su tutta la penisola, come un astro nuovo, puro, virgineo,
che riscaldava di calore insolito l'intorpidita coscienza degl'Italiani,
il primo fascicolo di quella raccolta periodica di scritti, i quali,
osserva uno storico che fu tra' pi temuti avversari del Mazzini, e qui
intendo accennare a Nicomede Bianchi, col battesimo in fronte di
_Giovine Italia_, erano indirizzati dal Mazzini a preparare una
rivoluzione popolare di concorso e di attuamento; comecch invero essi
dettati fossero in una lingua ardua non solo alle plebi, ma a molti
eziandio che non si stimano plebe[13]. Ma, questa, che nella mente del
Bianchi (e non del solo storico della _Diplomazia europea in Italia_)
pot sembrare un difetto della _Giovine Italia_, era invece una delle
sue forze. Sino allora, se ne togli qualche rarissimo opuscolo, ad
esempio il tremendo libello del Panizzi contro il Duca di Modena, la
letteratura patriottica dal 1821 in poi deve considerarsi una specie di
accademia; sembra, infatti, che gli scrittori, pi del contenuto!, si
preoccupino della forma nelle loro argomentazioni; pi della patria,
delle persone; e questo effetto produce la lettura di quella miriade di
libri, di opuscoli, di fogli volanti usciti pro e contro coloro che
avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1831 nell'Italia Centrale.
Invece la _Giovine Italia_, sotto l'impulso del suo direttore, che volse
e diresse le coscienze italiane ad altri ideali, con la santissima
formula che non fin mai di ripetere, essere la vita una missione, una
virt il sacrifizio, che alla distanza di settanta anni sono oggi sempre
gli stessi, o almeno dovrebbero esser tali, ebbe un diverso obbiettivo.
A principio -- scrive il Mazzini nel settembre del 1832 a Pietro
Giannone, -- volendo pure cacciare innanzi il sistema nostro, ho dovuto
esaltare la giovent, e ingigantirla a' suoi proprii occhi. Vinto oggi,
o quasi, quel primo tumulto ch'io prevedeva, ch'io suscitai
deliberatamente, perch mi pareva necessaria una separazione fra chi
vuole esser forte, e chi  debole, o peggio, io scemer gradatamente le
mie lodi a' giovani, serbandole a' fatti. E qui sta tutto il segreto
della potenza di Giuseppe Mazzini; n alcuno meglio di lui, che aveva la
parola dell'ispirato, la purezza di costumi d'un angelo, la tenacia di
proposito d'un uomo veramente superiore, le predizioni d'un profeta,
alcuno meglio di lui, ripetiamo, con buona pace di Nicomede Bianchi, che
destin molte pagine d'un suo libro per dimostrare il contrario, poteva
degnamente prestarsi al nobile assunto.

[13] Id., p. 19.

                                  ***

Il primo fascicolo della _Giovine Italia_ usc, insieme col secondo[14],
il 18 marzo 1832. Tipografo ne era Giulio Barile, amministratore e
gerente Vittorio Vian. Parecchi illustri esuli, quali Guglielmo Libri,
Antonio Benci, Giovanni Berchet, Giuseppe Pecchio, avevano promesso la
loro collaborazione, che poi non effettuarono mai, onde il Mazzini si
lamentava giustamente d'essere rimasto quasi solo[15]. Egli per doveva
essere molto contento del successo ottenuto, poich nel novembre del
1832 scriveva a Carlo Didier, l'autore della _Rome Souterraine_: Le
journal a suscit une telle clameur, ds sa premire apparition qui,
inexplicable pour tout tranger non initi  nos querelles
d'organisation politique, ne l'est pas pour moi. Cette clameur je
l'avais prvue et calcule d'avance. Elle se rattache aux vnements
politiques qui ont agit l'Italie  la surface en 1831. Je dis  la
surface, parce que l gt tout le levain de discorde entre nous et les
vieillards; c'est  la surface qu'ils agitent et agiteront toujours
l'Italie, car ils craignent l'orage, ils ont peur de soulever de
temptes au milieu desquelles leurs faibles mains ne puissent pas
gouverner; nous nous voulons remuer cette terre jusqu'aux entrailles;
nous voulons bouleverser cette eau morte, soulever le flot de l'activit
populaire; que si le dbordement nous entranera nous les premiers, peu
importe; nous en sommes  ce point, auquel il faut prononcer le grand
mot, dt-il coter la vie  celui qui le prononce[16]. Ma quante
fatiche per metterlo insieme e quante astuzie perch potesse circolare
in Italia! Eravamo, Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed
altri cinque o sei modenesi, quasi tutti soli, senza ufficio, senza
subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella
bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori,
affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti,
alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni di operai[17].
Tuttavia il lavoro di contrabbando, vitale per la _Giovine Italia_, irto
di pericoli e di responsabilit per chi lo compieva e per chi lo
commetteva, era mirabile. Un giovane, Montanari, -- scrive il Mazzini
ne' suoi _Ricordi autobiografici_, -- che viaggiava sui vapori di Napoli
rappresentandone la Societ, e mor poi di colra nel mezzogiorno di
Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci giovarono moltissimo.
E finch l'ira dei governi non fu convertita in furore, affidavamo ad
essi gli involti, contentandoci di scrivere sull'involto destinato per
Genova un indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno, su
quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia e via cos:
sottratto in questo modo l'involto alla giurisdizione doganale e
poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi
dall'affratellato sul battello, finch i nostri, avvertiti, non si
recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno alla
persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e furono
assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce tremende
agli introduttori -- quando la guerra inferoc per modo che Carlo
Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pansa, Barbaroux,
Lascarne, intim, a chi non _denunzierebbe_, due anni di prigione e una
ammenda, promettendo al _delatore_ met della somma e il segreto --
cominci fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci costava sudori
e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli
dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece intorno
alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la notte: le
botti, dieci dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti
commerciali ignari a commissionari egualmente ignari ne' luoghi diversi,
dove taluno dei nostri, avvertiti dell'arrivo, si presentava a
mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un
solo dei molti ripieghi che andavamo ideando[18].

[14] Un incidente legale, una difficolt ministeriale mossa intorno
     alla legalit del giornale, produce un lieve ritardo; il primo
     uscir insieme al secondo; avvisa per ognuno. Lettera del Mazzini
     al La Cecilia in data 18 febbraio 1832, pubbl. nel I volume
     dell'_Epistolario di G. M._, Firenze, Sansoni, 1902, p. 7.

[15] Ved. la lettera al Didier che cito qui sotto. Anche al La Cecilia
     scriveva il 16 febbraio 1832: Molti mi hanno promesso, e mi
     mancano, al solito: io speravo grande aiuto di associati e di
     scrittori dalla Toscana, e fui deluso. Non pertanto, il numero sta
     sotto i torchi, e vedremo se si desteranno, perch credo che un
     buon giornale possa giovar molto all'Italia. _Epistolario_ cit.,
     I, 6.

[16] Questa lettera fu pubblicata nell'_Avvenire_ di Novara, a. X, 9
     marzo 1889, e ristampata nell'_Epistolario_ cit., vol. I, pp.
     36-40.

[17] _Scritti_, ecc., vol. I, p. 395.

[18] _Scritti_ ecc., vol. I, pag. 396-397.

Nonostante, quindi, le immense difficolt e la vigilanza quasi febbrile
della polizia, la _Giovine Italia_ entrava di soppiatto ne' luoghi dove
poteva maggiormente riscaldare e far palpitare. Da Marsiglia e da
Lugano, co' metodi indicati dal Mazzini e con altri che usavano i
patriotti, facendo a gara d'astuzia con la polizia, il verbo della nuova
associazione si diffondeva per la penisola. Fra le risultanze
processuali apparve che la filatura di cotone di Castiglione, presso
Lecco, era una fucina contro lo straniero, e che ivi i fratelli Grassi
ricevevano i pacchi della _Giovine Italia_ e del _Tribuno_[19]. Da
Genova, dove giungevano per la via di Marsiglia, i fascicoli erano
distribuiti ad Alessandria, Casale, Vercelli per il tramite
Ruffini-Pianavia-Girardenghi-Bossi-Stara[20]; n valse che una volta,
il 4 luglio 1832, la polizia, avutane notizia da qualche vile delatore,
scoprisse a colpo sicuro molte copie del periodico nel doppio fondo di
un barile diretto dal Mazzini alla madre: perch, se vigili e talvolta
bene informate, erano le polizie italiane, audacissimi si dimostravano
gli affigliati della _Giovine Italia_.

[19] _De Castro_, _Cospirazioni e processi in Lombardia_ (1830-35),
     nella _Rivista Storica Italiana_, an. IX [1894], pag. 439.

[20] _Faldella_, _I fratelli Ruffini e la_ Giovine Italia; Torino, Roux,
     pag. 221-222.

                                  ***

Ma non erano solo i governi a combattere ad oltranza il periodico, in
quanto i giornali, apparsi nell'Italia centrale subito dopo la
rivoluzione del 1831, quasi a distruggere le idee liberali che si
andavano sempre pi sviluppando, si fecero paladini e corifei de'
governi reazionari, comprendendo subito che il nemico col quale doveano
cimentarsi era veramente terribile. Che cosa  la _Giovine Italia_? si
domandava un di questi giornali[21], il pi feroce di tutti, la _Voce
della Verit_ di Modena, diretto apparentemente da Cesare Galvani,
dacch gl'ispiratori erano il Canosa e il bal Sanminiatelli, i due pi
ascoltati consiglieri del Duca di Modena. E rispondeva: La _Giovine
Italia_  un magazzino di sferravecche del filosofismo del secolo
passato,  una compilazione alla vecchia moda rivoluzionaria di Francia
scritta nel vecchio gergo del 1793.

[21] Prima del direttore della _Giovine Italia_, la _Voce della Verit_
     avea ricoperto di contumelie Enrico Misley, il quale, scampato da
     certa morte nella congiura di Ciro Menotti, aveva stampato anonimo
     nel 1831 un _Discorso storico sulla vita di Ciro Menotti_. Nel num.
     30 del 14 ottobre 1831 si legge infatti:

      giunto a nostra cognizione un infame libello uscito non ha
     guari, e, come  noto, dai torchi di una citt vicina, col titolo:
     _Discorso storico sulla vita di Ciro Menotti_. I Redattori della
     _Voce della Verit_ avean pensato prima di abbandonarlo al
     disprezzo che meritano le vigliacche e ridicole arti del suo
     vigliacco e ridicolo scrittore, ma perch non si traggano temerarie
     conseguenze dal loro silenzio, annunziamo fin d'ora che sar
     risposto a quel turpe ammasso di menzogne e di villanie.

     Intanto il Direttore della _Voce della Verit_, Cesare Galvani,
     Guardia Nobile d'Onore di S. A. R., Aggiunto Bibliotecario della
     Estense (e non Consultore di Governo come ivi si annunzia), in nome
     ancora de' suoi collaboratori tutti, altamente dichiara che
     l'autore dell'opuscolo scellerato e sciocco mente dalla prima
     sillaba sino all'ultima; e brama ch'egli sappia, che se colle sue
     provocazioni e minacce avesse creduto di atterrire chi si 
     consacrato a difendere la causa di Dio, e de' suoi legittimi
     Rappresentanti, si disinganni, perch ciascuno dei Redattori della
     _Gazzetta dell'Italia Centrale_ [il sotto titolo della _Voce della
     Verit_] non teme delle penne vendute all'impostura della Setta,
     come non temerebbe giammai lo scontro faccia a faccia con qualunque
     degli _Eroi della Libert_.

La _Giovine Italia_ ha per iscopo di ricondurre fra noi l'anarchia,
gettando in mezzo al popolo il vecchio balocco dell'_indipendenza_ e
dell'_eguaglianza_, sotto il patronato dei vecchi nostri Bass a tre
colori, e dei nostri vecchi espilatori.

La _Giovine Italia_ ha per sistema la vecchia tattica dei sofisti
oltremontani, di mettere a traffico la credulit dei gonzi, obbligandoli
a giurare _in verba magistri_ sopra una quantit di cose incredibili,
l'inesperienza dei giovani, allontanandoli dall'investigazione delle
cose passate, e l'accidia degli adulti, dispensandoli dal peso incomodo
dei doveri per trattenerli continuo di una quantit di diritti
fabbricati nella vecchia fucina del 1789.

La _Giovine Italia_ infine ha per ausiliar tutti i vecchi miscredenti,
i vecchi giacobini, i vecchi bonapartisti, i vecchi mercanti di
rivoluzioni, e tutte le vecchie arpie della tirannide forestiera, che
aspirano a gettarsi di bel nuovo sulla nostra penisola e ad ingrassare,
giusta la vecchia usanza, colle rapine pubbliche e private[22].

[22] _Voce della Verit_ del 12 febbraio 1833, n. 238.

Ma ben pi villane, pi gesuiticamente esposte, erano le ingiurie della
_Voce della Verit_, prima e dopo che i fascicoli uscissero alla luce.
Avuta infatti notizia, dalle spie assoldate a proprie spese, o pure da
comunicazioni del governo sardo, il quale, come vedemmo, poteva averle
pi direttamente, che il periodico si stava preparando, pubblicava nel
num. 70 del 17 gennaio 1832 una dichiarazione che vale la pena di
riportare qui: Un'empia associazione si  formata in Marsiglia dal
rifiuto e dalla feccia degli emigrati italiani, e la quale
impudentemente si d il titolo di _Giovine Italia_. Essa non accetta nel
suo novero che quelli i quali sono nati entro il secolo corrente, o
quelli al pi che non oltrepassano i 40 anni, onde esser certa che il
foco della giovent spinta alle colpe dall'esempio e dai dommi di una
et corrotta e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza di
disinganno. Essa ha per primo scopo quello di non risparmiare spesa
alcuna e pericolo personale per portare di nuovo in Italia il fuoco
della discordia e della rivoluzione: essa ha per secondo quello di
pubblicare un giornale, e diffonderlo nella nostra bella Penisola, il
quale serva alla _Propaganda Infernale_, e susciti di nuovo alla rivolta
ed al sangue. Essa spera di restare occulta fra noi, e di operare in
segreto: ma noi sappiamo che sono alla sua testa Mazzini di Genova,
Santi di Rimini e il Piemontese conte Bianco: noi conosciamo i nomi de'
suoi corrispondenti in Ginevra, in Genova ed in Bologna: noi
compiangiamo la rovina che essi vogliono trarre sul loro capo e
sull'altrui. Intanto rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perch
si sappia che la _Voce della Verit_ raccoglie il guanto che costoro
gettano all'Italia, e che combatter le inique loro dottrine. Entrino
essi nel campo: noi stiamo Mantenitori della lizza. Operino essi in
segreto: noi in pieno sole, e con alzata visiera.

 noto che il Mazzini, nel primo fascicolo della _Giovine Italia_,
ribatt con la sua prosa alta e vibrata quella degli _uomini del Canosa
e del Duca_, rimproverandoli alla sua volta di ravvolgersi nel velo
dell'anonimo nell'atto di lanciar contumelie; onde parve al Galvani un
atto di grande coraggio sottoscrivere il seguente articolo, che il
Mazzini sdegn di ribattere.

Ai Redattori della _Giovine Italia_, i Redattori della _Voce della
Verit_.

Noi scrivevamo nel nostro num. 70...[23].

[23] Qui segue la dichiarazione da noi riportata nella pagina
     antecedente.

Il giornale  uscito alla luce col 1 marzo; noi ce ne siamo procacciato
un esemplare, ed abbiamo scorti che non ci eravamo ingannati nel nostro
giudizio; essi hanno tenuta la loro promessa, e noi terremo la nostra.

Ma vi  di pi. A pagina 91 del primo fascicolo  uno scritto del
Mazzini in risposta alla nostra disfida. Che in esso egli accumuli il
veleno e la rabbia bene gli sta: noi non compreremo n aspetteremo
giammai le carezze dell'inimico. Ch'egli ci maledica, gliel perdoniamo
agevolmente; perch la parola maledizione  la chiusa consueta d'ogni
periodo dei liberali, e perch ci tornano in gioia i loro anatemi.
Soltanto, come egli ignora o finge di ignorare quali noi siamo
veramente, cos noi vorremo svelargli il pi intimo del nostro cuore.

S, noi professiamo odio per le opinioni che sovvertono il mondo. Le
combattiamo, le combatteremo; e consacrammo a s nobile fine quelle
forze, che, qualunque esse siano, ci furono largite da Dio. S, noi
dunque professiamo di odiare e di combattere le opinioni della _Giovine
Italia_, n cesseremo finch si possa di sclamare e di ragionare contro
di esse. Questo  l'odio che abbiamo nell'anima, questa  la vendetta
che ci lusinga. Odio agli errori, vendetta della verit sull'errore...
Ma in queste anime nostre che temono Iddio, che a lui si volgono, e che
ardentemente desiderano amarlo e servirlo; in queste anime nostre l'odio
e la vendetta non passa oltre le dottrine e i delitti. Gl'incorreggibili
autori del disordine si compiangono, si lasciano all'arbitrio della
giustizia, e si bramerebbe il ravvedimento degli sciagurati, anzich il
necessario castigo.

Voi che in queste pagine stesse della _Giovine Italia_ santificate
l'assassinio e il veleno, potete voi dirci altrettanto a fronte sicura?

Voi sfrontatamente accumulando, come pi vi giova, parole di lode o di
disprezzo, di apoteosi o di vitupero, lusingando le passioni, liberando
da ogni freno gli affetti, spargendo il dubbio e l'incertezza sovra ogni
principio pi santo, ponendo in campo una nuova filosofia di
disperazione che porta il vuoto del sepolcro sull'aurora della vita,
togliendo di mezzo ogni idea di placida virt, di vergine innocenza, di
gratitudine, di pure dolcezze, per sostituirvi immagini di sangue e
deliri di un fanatismo fatale; voi rivestendo questi fantasmi con
ampollosit di suoni, con ebbrezza di vaticini, con terrizioni di
minacce e di bestemmie; voi travolgete le incaute fantasie de' giovani,
e dalla vita reale le trasportate ai sogni affannosi di un tumulto di
vicende decretato da destino inesorabile, a un'ansia di perigli e di
licenza, a un desiderio di vendetta, a un'impazienza d'indugi, di
ostacoli, di leardi e di doveri. Miserabili! E se voi rinunziaste alle
speranze di un beato eterno avvenire, perch trascinare nel vostro
abisso tanti infelici? Se voi contristaste le canizie de' vostri
genitori, se portaste lo sconvolgimento fra le mura della patria, per
quale infernal gioia volete che questi peccati si moltiplichino, e si
perpetuino?

Se invece (e noi pure siam giovani, e la _Voce della Verit_  stesa
per la pi parte da scrittori non anco maturi), noi invece chiamiamo i
nostri fratelli di studi e di et a quei princip di vero immutabile, di
ordine eterno, di provata rettitudine, di consolata coscienza, coi quali
solo l'uomo vive tranquillo in s, utile ai simili suoi. N sia chi ci
accusi di voler raffreddare qualsiasi affetto forte e generoso, ch a
noi Dio concesse cuori che sentono quant'altri mai, che rispondono ad
ogni energico eccitamento, che vorrebbero tutta la giovent italiana
gagliarda e magnanima, ma gagliarda e magnanima quale conviensi al
cristiano e al soldato d'onore; non feroce e arrabbiata quale 
l'assassino e il settario. Noi amiamo la patria nostra, e perch
l'amiamo, la vorremmo grande, bella, felice; e tale sar sempre
all'ombra dei legittimi troni. E voi, miserabili, voi che profanate ad
ogni istante il suo nome, voi la vorreste veder di nuovo dibattersi
prima fra le convulsioni intestine e le stragi cittadinesche, poi
doversi necessariamente incurvare di nuovo alle falangi straniere. Voi,
voi siete i veri nemici, i veri sicari della Patria.

Qui potremmo por fine alle nostre parole, e lasciare il giudizio a
chiunque conosca e le reciproche dottrine, e le scambievoli azioni. Ma
voi ci avete dati dei consigli, e noi vogliamo rispondervi.

Voi volete atterrirci gridando che gi il decreto della nostra rovina 
segnato dal secolo, dallo sviluppo degli intelletti, dall'odio alla
tirannide, dai volti che impallidendo al vederci ci rivelano un nemico,
dalle tante famiglie che sono un centro di congiura contro di noi. Voi
volete atterrirci? Disingannatevi! Il terrore nasce dal rimorso o dalla
vigliaccheria, e il Cielo ci ha scampati finora dall'uno e dall'altra.
Cos ne fossero immuni i nostri nemici!

Voi ci chiamate al Tribunale di Dio? Oh, non provocate questo giudizio!
Noi crediamo in questo Scrutatore cui nulla  occulto, e appunto il
timore di lui ci fa difendere la causa sua contro la rabbiosa vostra
guerra. Cos ci donasse Egli coscienza in tutto, come in ci,
tranquilla: cos ci doni di non invanire perch noi deboli ha scelti a
strumenti della sua pugna. Ma voi... Deh possano gli anni ed i casi
mutarvi innanzi quell'ora tremenda!

Voi ci consigliate a tenere il nostro _compianto per quella dinastia in
oggi errante in cerca d'asilo sulla quale fondavamo tutte le nostre
speranze_. E che! insultereste ancora con empia ironia alla virt
sventurata? Sorridereste dunque di infame letizia all'esiglio, e alle
amarezze di quelli che dai fratelli vostri furono cacciati di soglio per
non poter sopportare i continui loro benefici, e il loro perdono?
Vigliacchi!  questa la maggiore delle villane codardie. Io che scrivo
queste linee stenderei, lo giuro, la mano al Mazzini, se percosso dalle
meritate sciagure, mi chiedesse un soccorso; ed egli gode delle pene di
un vecchio che ha per s otto secoli di gloria domestica, e il trionfo
di Algeri; di una principessa che bevve fin dall'infanzia tutto il
calice de' dolori, e incanutisce tra nuovi affanni; di una madre cui il
pugnale del liberalismo tolse il marito, e avrebbe tolto il figlio, se
l'inferno vomitava due Louvel; di un innocente fanciullo ch'era l'amore
della Francia, come ne  ora la sola speranza! Ma noi ci gloriamo di
ammirare e di amare questa eroica famiglia. Potessimo cos offrirle
qualche tributo pi efficace del solo affetto.

Voi ci chiamate _uomini di Canosa e del Duca_. Sia pure: noi avremo ad
onore di esser riconosciuti degni seguaci del Principe pi Religioso ed
Intrepido: dell'Uom di Stato pi irremovibile del secol nostro.

Voi dite che millantiamo di combattervi a visiera alzata, mentre
abbiamo le _baionette d'intorno, e il carnefice a fianco_. Ipocriti!
Forse che ignoriamo la morte di Kotzebue? Forse che le baionette e il
carnefice ci difenderebbero da quelle coltella che voi invocate e dite
sante; se non ce ne facesse sicuri Dio, e quel coraggio che ci viene da
lui?

Voi finalmente imputate chi vi svel nel n. 70 di _ravvolgersi nel velo
dell'anonimo_, mentre voi segnate il vostro nome. Voi mentite, Cesare
Galvani che allora scrisse di voi, e qui scrive di nuovo, non si 
occultato, n si occulter mai, perch non vi teme. Egli fin dal n. 30
del suo Giornale pubblicava in simile circostanza il suo nome; egli si
fa gloria della propria opinione, e degli insulti che gli versano sopra
i nemici di Dio e dei legittimi Re[24].

[24] _Voce della Verit_ del 12 aprile 1832, n. 107.

N qui sostarono gli eroici redattori della _Voce della Verit_, perch
nel supplemento al n. 106 il Canosa volle farsi anche paladino di quei
Borboni di Napoli, che aveva cos ben serviti, meritandosi poi, come
premio, la via dell'esilio, e precisamente polemizzando col La Cecilia,
il quale, nel _Cenno storico ad onore dell'estinto Pietro Colletta_
aveva affermato esser la ferocia il primo attributo dei Borboni.

L'articolo, che non ristampiamo, perch edito gi molte volte, era
preceduto da questa dichiarazione: Pubblichiamo una lettera scritta da
un valente difensore dell'Altare e del Trono, in confutazione del primo
fascicolo della _Giovine Italia_, riserbandoci di pubblicare ancora le
nostre osservazioni sopra questa sozza insolente, che per comando della
sediziosa _propaganda_ di Parigi tiene i suoi torchi nei bordelli di
Marsiglia. Ed infatti il periodico tenne la sua parola. Quattro giorni
dopo, nel n. 108, pubblicava _Alcune riflessioni sopra un articolo
della_ Giovine Italia, _firmato_ U. D. F., cio sull'_Elogio di Cosimo
Delfante_ scritto dal Guerrazzi, elogio alla lettura del quale l'autore
delle _Riflessioni_ prov un fremito paragonabile a quello che agitava
il _suo_ cuore quando una mesta curiosit _lo_ condusse a por piede, ad
osservare, a dar ascolto nel reclusorio d'Aversa, dove, come si sa,
stanno i pazzi delinquenti. Al Canosa successe il bal Cosimo Andrea
Sanminiatelli, nel n. 149 del 19 luglio 1832, con un articolo intitolato
_Brevi parole agli scrittori e partigiani della_ Giovine Italia[25]; e
di nuovo, nel supplemento al n. 180 del 29 settembre, il feroce
consigliere di Francesco IV, che prese la difesa de' Borboni contro gli
attacchi ripetuti del La Cecilia.

[25] Crediamo opportuno di riprodurlo qui in nota:

     Colui, che test si  creduto onorato di scrivere in questo
     celebre e memorabile giornale che  nemico d'Italia chi cospira di
     riunirla sotto un solo governo, che  traditore d'Italia chi invita
     o le seduzioni riceve, a tale oggetto, dei faziosi, non pu
     raffrenare il suo vero patriottismo senza rivolgere brevi, ma
     concludenti parole a quegli scrittori, di cui la superficialit 
     il minore difetto, che profughi in un paese straniero, disprezzati
     da quell'istesso governo, oggetto, sono pochi mesi, dei loro pi
     fervidi voti, e causa dei movimenti loro maniaci, non si stancano
     di travagliare, in mille modi, l'opinione, e le legittime simpatie
     della misera Italia, e con lo specioso, insulso, quanto infernale
     pretesto di ringiovanirla, depurarla ed all'apice guidarla,
     corrispondenze mantengono con una focosa giovent, elettrizzandone
     le passioni le pi impure, e con una precoce, per i misfatti,
     vecchiezza, dichiarandone i membri i venerabili padri coscritti
     dell'Italica rigenerazione. Ma cosa pretendete voi mai, ove tendono
     i vostri sforzi? Forse tentate, sperate di rivedere i patrii lari,
     gli aviti abituri, quando foste da tanto di portare l'Italia
     all'anarchia, alla guerra civile, all'ateismo pratico? Per verit
     non potreste che sotto auspicii s benefici lavarvi dall'ostracismo
     divino e politico, che vi percuote! O sivvero gustare volete il
     miserabile piacere d'aumentare il gregge vile ed infame dei
     banditi, dei facinorosi, dei sediziosi? Vi compatisco per mentre
     _Solatium est miseris socios habere poenarum_. Vandali novelli, nel
     secolo decantato dei lumi, egoisti furenti, in una et proclamata
     eminentemente filantropa, eroi sublimi, col pugnale, lo spergiuro,
     ed il tradimento alla mano, siete voi che liberare ci volete dai
     tiranni, dal bigottismo e dalla schiavit? Sono questi i vostri
     titoli, le vostre caratteristiche; a questo tende la barbara vostra
     propaganda? Deh, noi vi abiuriamo per fratelli, per nostri
     concittadini, e se per brevi istanti abbiamo il coraggio di
     trattenerci con voi, onde abbattere, e smascherare, nelle loro
     ultime trincee, gli empi vostri sofismi, i nauseanti vostri
     paradossi, gl'imbecilli vostri calcoli politici, lo facciamo, onde
     scuotervi una volta, per una commiserazione, che sebbene non
     meritiate, ci  d'altronde prescritta dai divini precetti della
     legge evangelica. Ci posto, esaminiamo, a sangue freddo, i
     progetti degli scrittori e partigiani della cos detta _Giovine
     Italia_. Fare dell'Italia adunque un solo governo o monarchico, o
     repubblicano, questo poco importa, mentre dal 1830 in qua, non
     ostante il valore intrinseco della parola monarchia, si  trovato
     (oh! felice scoperta dei lumi del secolo XIX) il mezzo di
     constituire delle monarchie con instituzioni repubblicane, talch
     Montesquieu, e tanti altri trattatisti della vera indole e
     carattere dei governi sono rimasti eclissati dal luminoso pianeta
     rivoluzionario. O sivvero, fare dell'Italia un governo, _ad instar_
     delle provincie unite dell'America settentrionale. Abbattere il
     grottesco potere politico del Papa, evocando le ombre degli uomini
     illustri dei bei tempi di Roma. Lasciare la religione cattolica ai
     bigotti, senza perseguitare di fronte coloro che hanno
     l'imbecillit di credervi, per meglio ruinarla con la spada a due
     tagli del ridicolo, secondo il testamento filosofico del Patriarca
     di Ferney, e annientare cos i pregiudizi di una gotica educazione,
     appoggiandone la nuova ad una morale, in cui il furto suoni
     scaltrezza, lo spergiuro fortezza d'animo, il matrimonio un
     contratto temporario, lo stupro, il ratto, l'adulterio, l'incesto,
     il concubinaggio slanci e moti di un'anima gentile e sensibile, il
     suicidio eroismo immortale, ecc. ecc.; e sulla sommit di questa
     santissima morale si assida la dommatica ridotta ai consolanti
     princip dell'eternit della materia, del fine di tutto alla morte
     dell'uomo, della sola adorazione al _dio natura_, conciliando, in
     tal modo, l'ateismo con il deismo. In quanto poi agli attuali
     beneficentissimi ed illuminatissimi Sovrani d'Italia, o ucciderli
     col valore del pugnale, e col mistero sublime di propinati veleni,
     o per tratto di liberale clemenza, accordare ad alcuni pi
     benemeriti della politica d'amalgama e di tolleranza, di girsene in
     bando profughi e raminghi, quali trofei viventi della debellata
     schiavit. Sono questi adunque i vostri progetti? Deh! non tentate
     di negarli, di modificarli! Quaranta anni di prova, tanti giorni
     nefasti che avete fatti subire all'onore, alla piet, alla fedelt,
     tanti tentativi abortiti, e con una diabolica ostinazione
     riprodotti, non lasciano ombra di dubbio al pi ignorante, al meno
     perspicace. Sommi politici quali vi vantate, non avete saputo
     celare i vostri iniqui desider con una machiavellistica
     segretezza. Anzi, basta leggere i vostri giornali, gli effimeri
     balbuzienti fogli vostri periodici per convincersi che costituite
     gloria, e gloria immortale, nel palesarvi apertamente. Ecco adunque
     cosa pu sperare l'Italia quando sia da voi ringiovanita, depurata!
     Sappia ancora l'Italia che in benemerenza di doni s ricchi, voi
     volete, senza attendere i di lei suffragi e consenso, assidervi
     sulle sedie curuli, ammassare tesori, spiegare la pompa, ed il
     fatigante lusso dell'Asia, in mezzo alle semplici e civiche virt,
     che promettete alla rigenerata Penisola. Sappia che non le
     mancheranno n l'alta polizia tenebrosa, n i colpi di stato delle
     barricate, n il dileggio amaro e segreto di questi satrapi alla
     filosofica, per i molti imbecilli che si credessero dei Tulli e dei
     Demosteni nei comizi popolari. Siete adunque svelati in faccia al
     cielo ed alla terra. E ci taccierete d'impazienti, d'ignoranti se
     noi non possiamo trattenerci di pi ad esaminare gl'infami vostri
     progetti? Quale utilit infatti arrecherebbe a noi ed a voi il
     dirvi dopo ci, che l'Italia non pu essere felice, che nel sistema
     d'equilibrio proprio ed europeo, in cui l'hanno situata i suoi
     legittimi governi; che essa, sebbene divisa in frazioni, un
     medesimo spirito per anima ed infiamma, per il suo vero e leale
     vantaggio, gli ottimi Sovrani, che la reggono; che dal resultato di
     questo spinto collettivo essa ha un sicuro garante d'essere difesa
     dalle straniere invasioni, e vede sorgere una gara lodevole, e
     prodigiosa direi, fra questi Unti del Signore per felicitare in
     mille modi, le parti della medesima, che essi governano; che in una
     parola essa gode tutti i benefizi dell'unit politica, il primato
     ecclesiastico sulle nazioni, circondato di tante pie ed illustri
     ricordanze, e tutti i felici risultati dell'occhio vigile e paterno
     dei suoi Sovrani sopra le pi minute sue localit, che protetta
     dalle generose, e fedeli, quanto imponentissime armate austriache,
     essa non ha bisogno di snervare la sua industria, di togliere alla
     agricoltura, all'arti ed al commercio le braccia sue pi robuste,
     per mantenere un'armata formidabile onde difendersi dalle gelosie,
     ed egoismi nazionali, che ci susciterebbero spesse fiate, se fosse
     riunita in un solo governo; e che finalmente se  chimerica l'idea
     di questa pretesa rigenerazione italica, se veramente costituisce
     in quelli che tentano procurarla (se fossero di buona fede)
     l'ignoranza pi crassa dei veri interessi della famiglia europea, e
     se Napoleone, che tutto, per fatalit, poteva, che era italiano,
     non ard che tentarla da lungi, e fin poi con rendere l'Italia una
     assoluta provincia francese, facendo spargere il sangue italiano,
     per interessi affatto ignoti ed inutili all'Italia o nelle desolate
     contrade di Spagna, o negli agghiacciati deserti di Russia;  tanto
     pi chimerico, vile ed impossibile, che questo sognato, illusorio
     benefizio possa provenire all'Italia dalla filantropica
     cooperazione dei francesi in generale, ed in ispecie dei francesi
     rivoluzionari di tutte l'epoche, di tutti i partiti, e colori.

     E voi, rinnegati italiani scrittori della cos detta _Giovine
     Italia_, e partigiani di queste farse da teatro,  da loro che
     avete imparato a balbettare il simbolo rivoluzionario,  negli
     antri delle galliche stte che scrivete, e spingete i vostri
     libelli infamanti onde mantenere l'impuro incendio, nel seno della
     misera Italia, ch anche nella iniquit non avete neppure l'orrida
     gloria di fare da maestri; deh! scuotetevi una volta, se ne siete,
     che non crediamo, capaci, ed unitevi con gli onesti e virtuosi
     italiani a scolpire in marmi od in bronzi, ad eterno disinganno,
     questa venerabile massima dell'antichit, cangiati per i nomi dei
     protagonisti, ed il valore e l'indole del concetto: _Quidquid
     delirant Galli plectuntur Itali._

     _Bal Cosimo Andrea Samminiatelli._

                                  ***

Abbiamo detto che, nonostante la guerra feroce che gli si muoveva, il
periodico continuava le sue pubblicazioni, alle quali il Mazzini
sorvegliava con grande cura, rimediando alle mille difficolt che
sorgevano per la compilazione di esso, resa ancor pi difficile quando
il grande Italiano, espulso da Marsiglia, dov nascondersi ne' pressi
della citt, e col vivere intanato come una bestia feroce, sino al
giorno in cui, cedendo alle infinite persecuzioni, fu costretto a
rifugiarsi nella Svizzera. Seguit a pubblicarsi anche dopo il tentativo
d'invasione savoiardo, anzi nel sesto fascicolo trovarono luogo que'
preziosi documenti con i quali il Mazzini rese conto presso gli Italiani
della sua parte di responsabilit; ma questo sesto fascicolo uscito nel
giugno 1834, fu l'ultimo della serie; e cos veniva a spegnersi la
prima rassegna del Partito Nazionale Italiano, ispirata, dal bisogno di
ordinare a sistema le idee sconnesse ed isolate frementi
nell'associazione[26]. Stamperemo anche il settimo -- scriveva il
Mazzini al Rosales il 20 luglio di questo anno; -- appunto perch i
governi non vogliono; ma per non aver vincoli, non riceveremo
abbonamenti. Faremo pagare a volumi[27]; nondimeno il proposito non
ebbe effetto per molte ragioni, finanziarie e politiche. Alle prime il
Mazzini accenna in varie sue lettere alla madre e al Rosales; le seconde
crediamo riconoscere nel fatto che altri orizzonti, pi vasti,
lumeggiati di ben altre tinte, si erano aperti alla mente di questo
sultano della libert, rischiarando il cammino ad altre mte pi
gloriose, se bene irte di pericoli ancor pi insormontabili; egli stava
vagheggiando la fratellanza dei popoli europei, dapprima con la _Giovine
Svizzera_, poi con la _Giovine Europa_, antiveggendo fin d'allora, in
momenti di tristissimo servaggio per tutte le popolazioni europee, una
nuova epoca di progresso sociale. Credette quindi troppo inadeguato allo
scopo il giornale di Marsiglia, come mezzo di diffusione delle sue idee;
un anno dopo il _Proscrit_, quindi la _Jeune Suisse_ e nel 1840
l'_Apostolato Popolare_ erano gli organi della nuova generazione, la
quale, sia pure indirettamente, assorbiva la parola calda, e
fascinatrice del Mazzini, e si preparava alle grandi lotte del
Risorgimento, non solo, ma di tutta Europa, dalle rive della Senna, a
quelle del Danubio, della Sprea, e di l per altri paesi, dovunque la
feroce catena del dispotismo tenesse avvinti i popoli, sviandoli dal
pensiero di liberi sensi.

[26] _P. Gironi_, op. cit., p. 388.

[27] _Epistolario_ di _G. Mazzini_, Firenze, Sansoni, 1902, vol. I, pp.
     245-46.

    Roma, 10 marzo 1902.

                                                          _M. Menghini._

                                  ----




                                   La

                            GIOVINE ITALIA.

           SERIE DI SCRITTI INTORNO ALLA CONDIZIONE POLITICA,
              MORALE, E LETTERARIA DELLA ITALIA, TENDENTI
                        ALLA SUA RIGENERAZIONE.


                                                 Italiam! Italiam!..
                                                             _Virg._

    Ma voi, che solitari, o perseguitati sulle antiche sciagure
    della nostra patria fremente, perch, non raccontate alla
    posterit i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite
    al mondo, che siamo sfortunati, ma n ciechi, n vili.....
    Scrivete. Perseguitate con la verit i vostri persecutori.

                                                          _Foscolo._


                               MARSIGLIA.
                 TIPOGRAFIA MILITARE DI GIULIO BARILE.
                                 1832.

                                  ----




                          DELLA GIOVINE ITALIA


    Les jeunes gens de vingt  trente-cinq ans ont grandi dans la
    rvolution..... Eux seuls sont notre esprance[28].

                                                    _Victor Cousin._


Le parole di Cousin, poste in fronte all'articolo, racchiudevano, parmi,
un alto senso politico, e compendiavano in certo modo la scienza del
moto sociale nel secolo XIX. Egli le proferiva parlando allo Zschokke, e
Zschokke, canuto, ma d'anima giovine e repubblicana, le raccoglieva con
amore, e le registrava in fronte a un suo libro, intravvedendovi una
profezia di vittoria e di civilt.

Quando Cousin parlava quelle parole, la Francia era schiava a un
dipresso, com'oggi noi siamo. I miracoli repubblicani tornati in nulla,
le corruttele de' governi nulli, intermedi fra la Convenzione e
Bonaparte, le servilit dell'Impero, che trasparivano attraverso il
manto di gloria steso dal genio dell'uomo del destino, poi la tirannide
del _ristoramento_, le brighe sacerdotali e gesuitiche, le delusioni e
la cortigianeria prevalente avevano diffuso un sonno sulle menti degli
uomini dell'89, una pace stanca, un silenzio di rovina, che vietava ogni
speranza di meglio. Le forze della generazione nata fra i due secoli
XVIII e XIX, s'erano consumate nei quaranta anni di guerra ostinata e di
sagrifici, spesi a ricadere nel fango d'onde avea voluto levarsi. Gli
uomini che aveano veduto il primo e l'ultimo giorno d'una rivoluzione
destinata a mutare le sorti europee, disperavano del progresso. Tante
credenze s'erano accumulate in quello spazio di tempo, e tante volte la
prepotenza de' fatti le avea soffocate, che gli animi erano giunti a
rinnegare ogni fede, e gl'intelletti giacevano sconfortati, avviliti,
sfiduciati dell'avvenire. Le teoriche filosofiche, perduta ogni attivit
d'esame, ogni eccitamento di contrasto, dormivano nel materialismo del
secolo XVIII, e confinavano l'uomo nell'esercizio delle facolt
individuali. Letteratura non v'era, tranne nelle accademie, vendute al
potere, qualunque si fosse, e inerti per natura d'ogni collegio
privilegiato. Era quel momento di riposo, che segna l'ultimo moto d'una
razza la cui missione  compiuta, e il primo d'un'altra che raccoglie le
proprie forze a incominciare lo sviluppo di quella, che ogni nuovo
secolo affida a' suoi figli.

[28] L'epigrafe  troppo assoluta, perch noi la ammettiamo senza
     riserva, -- e rimettiamo all'articolo. Ma non abbiamo potuto
     resistere al piacere di registrare in favore della giovent un
     giudizio pronunciato da uno de' primi padri della _dottrina_, che
     contende alla nuova generazione la facolt di progresso.

Il secolo XIX sentiva la propria missione. I fatti accumulati dal secolo
passato erano troppi, perch le conseguenze potessero cancellarsi con un
trattato. L'elemento _giovane_ fermentava tacitamente. Troppo debole
ancora per combattere a visiera levata la tirannide politica, ne' suoi
dominii, s'agitava intorno al vecchio edificio sociale novamente
puntellato, avvezzandosi a guardarlo, a misurarlo senza paura e
venerazione, studiandone il lato pi fragile, logorandolo, poich al
centro non poteva, per ogni dove all'intorno. Mancava la unione, mancava
la concordia in alcuni principii fondamentali allo sviluppo dei quali si
concentrassero gli sforzi individuali; mancava un _simbolo_ alla
religione che cominciava a farsi via tra le rovine d'un culto perduto,
che i re tentavano rinvigorire col terrore delle baionette; ma lo
studio, non foss'altro, che gl'ingegni nati col secolo ponevano nelle
diverse molle sociali, la tendenza che spingeva le menti alle scienze
storico-filosofiche, l'affetto che viveva nelle grandi memorie,
protestavano contro agli inetti, che negavano il progresso o
s'attentavano d'arrestarlo. Allora sorsero alcuni uomini, potenti
d'intelletto e di dottrina, che avevano desunta dalle pagine di Vico e
d'altri la teorica d'un perfezionamento progressivo indefinito, e si
consecrarono apostoli del rinnovamento morale. Rinnegarono l'autorit,
rinnegarono quanto d'esclusivo si racchiudeva nei mille sistemi,
creazione e pascolo dello spirito umano. Guardarono con occhio d'aquila
le linee storiche del passato, risuscitarono la idea spirituale,
eressero un altare alla civilt nel santuario della coscienza, e
chiamarono la _giovine Francia_ a sagrificare su quell'altare
salutandola speranza della patria, potente, rigeneratrice. La _giovine
Francia_ rispose a quel grido: La _giovine Francia_ ardita, impaziente,
fiduciosa, e spronata dall'entusiasmo, non aveva raccolto del passato
che i sommi principii, risultati de' fatti, senza aver subta
l'iniziazione spesso funesta dei fatti stessi, e si slanci dietro a
quella bandiera. Tent quante vie s'affacciavano: assunse a tempo quante
forme si offrivano interpreti del pensiero generoso. Fu romantica,
ecclettica, protestante. Si arrest, appassionandosi, intorno al medio
evo, sulle teoriche trascendentali, nelle incertezze del misticismo. Ma
sempre, attraverso tutte le fasi, sotto le varie gradazioni che
avviavano l'intelletto alla verit, nelle lettere, nell'arti, nella
filosofia, traspariva la coscienza d'una forza indipendente da' vincoli
materiali, traspariva lo spirito di libert, solo eterno, solo
onnipotente a mutare in meglio le condizioni civili; ma dietro a quella
giovent desiosa, insisteva una voce che gridava: innanzi! innanzi! --
Protestantismo, Romanticismo, Ecclettismo erano tendenze di transizione:
preludi nei quali l'intelletto sviluppava, esercitava le proprie forze
prima d'intraprendere dirittamente la via del rinnovamento. Bens, quei
primi, che il caso avea cacciati a condottieri di tanta impresa[29],
avevano forze ineguali all'ufficio. Pi eloquenti che logici, pi vasti
che profondi nelle loro osservazioni, pi ambiziosi forse che caldi
veramente della fiamma santa che crea il genio protettore delle razze
umane, avevano intravveduto un istante la missione del secolo, e s'erano
smarriti davanti alla sua grandezza. Come Pietro Eremita, avevano
sollevato lo stendardo d'una Crociata senza ammetterne, senza intenderne
le inevitabili conseguenze. Tentennavano fra diversi sistemi,
malcontenti di tutti, non rifiutandone alcuno, senz'ardire per
distruggerli, senza fede o potenza per crearne un nuovo. Rivelati alcuni
principii, procedevano paurosi nelle applicazioni, titubavano nello
sviluppo delle proposizioni che avevano prefisso a' loro libri, a' loro
insegnamenti, a' loro giornali. Volevano insomma rovinare il passato, ma
senza creare l'avvenire, senza accettare l'eredit de' padri, senza
sacrificarsi per essa.

[29] [_Scritti_, ecc.: _intrapresa_].

Ma la eredit de' padri era tale, e santa di tanta solennit di
sventura, che i figli non potevano rinunziarvi per amor de' maestri. Per
venti anni d'eroismo, e di sagrificio non v' fiume d'oblio, e la
giovent ridestata una volta, trascorse altre ai confini che le
segnavano. I padri avevano predicata una fede, i padri l'avevano
suggellata col sangue; ma, come il secondo Gracco, avevano cacciata una
stilla di quel sangue verso il Cielo, sclamando: frutti il vendicatore!
-- Quel sangue ardeva nelle vene dei figli, e la fede dei padri
s'affacciava ad essi raggiante, pura, pi cara, perch incoronata della
palma del martirio, bella di speranze, o d'un'eterna promessa. La
rivoluzione dell'89 aveva mostrato in compendio tutta la carriera di
riforma che dovea corrersi. Una generazione l'aveva divorata coll'ansia
di chi scopre una nuova terra, a balzi, a slanci, senza arrestarsi. I
primi intraprenditori delle rivoluzioni sono vittime consecrate, e si
muoiono; ma i principii non muoiono, e le generazioni che tengono dietro
s'assumono d'educarli, di svolgerli, di trarre da' primi contorni un
quadro immortale, di ricorrere pi lentamente, ma pi stabilmente la via
che i primi hanno segnata. La grande rivoluzione sociale, della quale la
rivoluzione francese aveva dato il programma, incominciava appena,
quand'altri s'illudeva d'averla spenta. E la giovent, fatta accorta
della propria potenza, accett la missione: si strinse, si raggrupp,
stette attenta, vegliando il momento che dovea sorgere nello spazio. Il
momento sorse, la giovent lo afferr. Il cannone dell'_Htel de Ville_
tuon la chiamata. La giovent si lev come un sol uomo: la giovent
vinse. Cortigiani, baionette, trono, tutto rovin davanti all'impeto
d'un principio. Il sole del 27 aveva diffusa la luce sopra ogni cosa: il
sole del 29 non salut che una bandiera: -- la bandiera del secolo. Gli
uomini, che alcuni anni addietro avevano comunicato l'impulso
senz'antivederne gli effetti, s'erano ritratti atterriti; poi, quando la
giovent ripos dalla sua creazione, si cacciarono addosso al cadavere
d'una monarchia, usurparono la gloria d'averla morta, e giudicarono
l'ossa de' sette mila essere convenevole base al sistema ch'essi avevano
predicato utilmente, viva e prepotente la tirannide. Ora, parlano
tuttavia di progresso, -- e vorrebbero che s'arrestasse dove essi
s'arrestano: magnificano le glorie del Luglio, -- e vorrebbero che una
nazione non si fosse levata se non a mutare un nome nella sua storia:
protestano del loro amore alla libert, -- e l'hanno rivestita d'un
manto d'infamia, -- l'hanno cacciata ludibrio a' re, sospetto mortale ai
popoli. Due secoli, il XVIII, e XIX, li rinnegano: come que' codardi che
Dante pone alle porte del suo Inferno, si stanno tra l'infamia e
l'oblio: l'oblio per la loro eloquenza che prima eccitava i giovani,
oggi s' prostituita al potere: -- per la loro letteratura, campo di
prova agli ingegni, ove essi vorrebbero confinare per sempre l'anelito
al moto perenne, che affatica lo spirito umano; -- pel loro ecclettismo,
sistema di transizione, che intendono perpetuare: la infamia per la
gretta e fredda politica individuale, alla quale hanno sacrificate le
grandi speranze sociali suscitate per essi -- pel sangue de' popoli che
hanno pattuito coi re a mendicare una pace che non otterranno -- pel
loro trovato del _giusto medio_, ecclettismo politico, senza passato,
senz'avvenire, senza logica, senza sviluppo, sistema paralitico, che non
s'attenta rifiutare i principii rigeneratori, ma s'industria a
strozzarli in fasce. E sia cos, poi che vogliono! -- il secolo li aveva
circondati dell'affetto giovenile e di plauso: poi tentarono sostituirsi
al secolo, e il secolo li affogher. -- Chi pu cacciare un principio, e
voler che non frutti? -- Chi pu dar moto all'intelletto, e gridargli:
arrestati dov'io m'arresto?

In Italia, siccome in Francia, la tirannide, tanto pi esosa quanto pi
impudente, produsse il suo effetto di reazione, e l'anime inferocirono
nell'odio, crebbero smaniose d'indipendenza. -- In Italia, prima che in
Francia, gl'ingegni intolleranti di freno versarono nella scienza la
idea di progresso che non potevano applicare agli ordini civili, e
levarono il grido di libert del pensiero nel campo delle lettere[30].
-- In Italia, siccome in Francia, gli uomini che cacciarono i primi semi
di libert furono oltrepassati da chi venne dopo, per che la sventura 
maestra pi potente d'ogni teorica, e ogni anno, ogni evento, ogni
tentativo fecond la Italia di nuova rabbia, di sangue e di
insegnamenti. Ed oggi, gli uni contendono per la eccellenza dei metodi
che predominarono soli, e fruttarono negli anni addietro: gli altri,
cresciuti col secolo, predicano la parola del secolo, e si assumono di
esserne interpreti. Bens la differenza sta in questo, che in Francia,
gli uomini ch'or vorrebbero arrestare il moto, addotrinarono la
crescente generazione, e i loro sforzi furono talvolta coronati dalla
vittoria: in Italia, le circostanze, avverse sempre e prepotentemente
fin'ora, vietarono a ogni uomo di convalidare il proprio sistema
coll'autorit del trionfo, e gl'Italiani non raccolsero ammaestramento a
fare che dai rovesci, e da quel tanto di sviluppo che i fatti continui
impongono all'intelletto. -- Per, ogni questione s'agita fra due
opinioni, nessuna delle quali ha generato finora risultati positivi. Noi
siamo schiavi: per quali mezzi si riacquista da schiavi la libert? -- e
stabile? -- ed efficace? Quali principii hanno a reggere i tentativi? --
Gli antichi, recentemente praticati, fallirono. Fu legge di cose,
necessit di tempi, o vizio inerente al sistema, che, mutati gli
elementi, dovea mutarsi? Forse fu la prima cagione; non pare a ogni modo
che a favorir quei sistemi giovi il mal esito. La tendenza del secolo ne
predica altri; e le tendenze non nascono a caso, non prevalgono per
capriccio di pochi: emergono da' bisogni, trionfano col voto dei pi.

[30] Il _Conciliatore_, giornale stampato in Milano, nel 1818, predic
     il sistema della libert nelle lettere, prima che la giovine scuola
     avesse organi periodici, e centro in Francia. Il Tedesco ne intese
     meglio che ogni altro lo scopo, e viet il giornale,
     perseguitandone gli scrittori.

A noi, dovendo spesso nelle pagine della _Giovine Italia_, occorrere di
combattere il sistema che i casi -- e non le nostre parole, --
dimostrano ogni d pi sistema vecchio e impotente a rigenerare una
nazione caduta in fondo, corre obbligo, corre necessit di spiegarci una
volta per tutte sulle nostre intenzioni a riguardo d'un partito
politico, che rappresenta cotesto sistema, e che pur numera -- forse a
torto -- ne' suoi ranghi molti uomini puri, incorrotti e deliberati
nemici d'ogni tirannide, a' quali la Italia, comunque spinta dalla forza
delle cose per altre vie, serber gran tempo venerazione e affetto di
gratitudine. Le denominazioni di _Giovine Italia_ e d'_uomini del
passato_ increscono a primo tratto a que' molti che non s'addentrano
nelle cose. La mediocrit  sospettosa, e intravvede offese per ogni
dove. Gli uomini che invecchiarono in un sistema d'idee, che hanno
combattuto e sofferto per esso, mutano difficilmente. La educazione
politica non si rif, se non ne' pochissimi creati a camminare fino alle
esequie cogli anni, immedesimati col moto progressivo della civilt; e
l'affetto che si genera dall'abitudine  potente quant'altro mai.
D'altra parte la giovent, fervida, impaziente s'affaccia briosa alla
vita dell'avvenire, si sente fremere dentro potente il concetto
d'emancipazione, e rompe guerra al passato: nol guarda, o se il fa,
guarda dispettosa, o sprezzando. Quindi l'ire aspreggiate dalla
sventura: quindi le accuse reciproche, e ci che spesso  colpa di fati,
attribuito all'una o all'altra opinione. Da siffatte guerre non esce che
danno alla patria. E per vogliamo interpretare que' termini, che
potrebbero prestare alimento a gare funeste: vogliamo snudare tutta
intera l'anima nostra, perch'altri non vi sospetti un pensiero che ogni
Italiano rifiuta.  duro dover discendere a spiegazione di ci che tutti
dovrebbero intendere:  duro l'esser tratto a scolparsi di tacce che tra
noi nessuno avrebbe sognato. Bens, la unione[31] anzi tutto -- e
v'hanno tali materie, nelle quali giova rimovere anche il nudo sospetto.

[31] [_Scritti_, ecc.: _Ma l'unione_].

Noi lo dichiariamo solennemente: -- _Per Giovine Italia_ noi non
intendiamo che un _sistema_, voluto dal secolo: quando noi combattiamo,
la _vecchia_, noi non intendiamo combattere che un _sistema_, rifiutato
dal secolo.

Le denominazioni _giovine e vecchia Italia_ non sono nostre; e perch
vorremmo noi gravarci l'anima d'un rimorso, creando una divisione, dove
i fatti non ci strozzassero[32] a riconoscerla, dove il progresso
inerente alle umane cose non ci soggiogasse col mostrarcela inevitabile?
Abbiamo dieci secoli d'oltraggi a vendicare[33]: abbiamo a distruggere
un servaggio di cinque secoli. I padri, i padri de' padri, e gli avi
remoti ebbero tutti la loro parte di quell'oltraggio: tutti hanno bevuto
a quel calice che Dio serbava all'Italia, e del quale la fortuna
assegnava a noi l'ultime goccie -- e le pi amare forse. E noi gemiamo
per tutti, fremiamo per tutti; e se a rigenerare una terra guasta da
cinquecento anni di servit muta bastasse levarsi e combattere[34] gli
uomini del passato, quanti insorsero e morirono per la patria da
Crescenzio fino al Menotti, sarebbero nostri fratelli alla pugna, dove
alcuno potesse evocarli dalla loro polvere. -- Ma il sangue solo
santifica, non rigenera una nazione. Stanno contro di noi non le sole
baionette straniere, ma le discordie cittadine inveterate per lunga
memoria di stragi, rieccitate sordamente dalla tirannide
artificiosamente ineguale e corrompitrice: stanno i vizi, che si
generano nelle catene, e la intolleranza di freno, ottimo elemento per
distruggere, pessimo per fondare, e pi ch'altro sta la mancanza di
fede: di quella fede, che sola crea le forti anime e le grandi imprese,
di quella fede che sorride tranquilla nel sagrificio, perch trae seco
sul palco, o nel campo la promessa della vittoria nell'avvenire. Queste
cagioni di servit durano tuttavia prepotenti, e a superarle conviene
giovarsi di quanti elementi, di quante forze fermentano tacitamente in
Italia, ridurle a centro, calcolarle colla maggiore esattezza -- e ogni
anno le modifica, le tramuta, le aumenta -- poi mormorare ad esse la
parola di fede, spirarvi dentro l'alito d'una vita potente, animarle di
quello spirito che dagli elementi inerti crea il moto d'un mondo, e vi
stampa sopra l'orma di Dio. Ma il segreto del secolo sta nelle mani dei
nati col secolo. -- N il linguaggio che suscita le passioni, e le
dirige a grandi cose, e insegna a santificarle consecrandole
coll'altezza d'un intento sociale, si rivela ad altri che a coloro, i
quali hanno sorbito[35] col primo alito le passioni del secolo, e
l'ansia di moto che affatica l'anime de' fratelli. Or, perch illuderci,
quando ogni illusione frutta rovine? -- e che giovamento pu nascere dal
rinnegare la nostra potenza e dissimularci la missione d'intelletto che
la natura ci assegnava cacciando la nostra culla alla sorgente delle
rivoluzioni, per paura che l'ossa de' padri s'agitino irrequiete ne'
loro sepolcri, irate ai figli perch intraprendono franchi e deliberati
la via ch'essi calcarono incerti e timidamente? -- Oh! da que' grandi
ch'ora dormono l'ultimo sonno, non viene fremito a noi se non
d'incoraggiamento e di conforto ad osare: -- da que' sepolcri non esce
voce che non esclami: -- siate migliori di noi! siate grandi, come la
vostra sciagura, come l'epoca nella quale vivete: grandi nell'atto come
noi nel pensiero! Noi fummo a tempi, ne' quali il solo concetto di
rigenerazione era un trionfo sulla tiranide; la rivoluzione sociale era
un'alba[36], e noi, avvezzi alle tenebre, non potevamo misurare la luce
del giorno venturo, n oprare risolutamente animosi, quando fiacchi e
forti, tranne pochissimi, stavano contro di noi, e la esperienza era
muta. Ma voi nasceste ne' moti, e v'allevaste tra i moti: ammaestratevi
nelle nostre disavventure: abbiate le nostre virt, ma rinnegate i
nostri errori.

[32] [_Scritti_, ecc.: _sforzassero_].

[33] [_Scritti_, ecc.: _da vendicare_].

[34] [_Scritti_, ecc.: _a combattere_].

[35] [_Scritti_, ecc.: _assorbito_].

[36] [_Scritti_, ecc.: _sociale un'alba_].

Le denominazioni _giovine e vecchia Italia_, non sono nostre: noi non le
abbiamo create: le ha create una tal potenza contro la quale non valgono
n ciance d'uomini, che sentono sfuggirsi di mano una influenza gi
consumata da' fatti, n rancori e sospetti d'inetti maligni, che
vorrebbero occupare il secolo delle loro meschine ambizioni, e della
loro vita incognita al mondo. E la potenza de' fatti: -- la potenza che
mutava alcuni anni addietro nella Germania il _Tugenbund_[37]
(fratellanza della virt) in _Jugenbund_ (fratellanza di giovent): --
la potenza che concentrava in Polonia poco tempo avanti la rivoluzione
le molte societ patriottiche nella grande associazione della giovent
condotta da Lelewel: -- la potenza che commettendo alla _giovine
Francia_ la impresa di luglio e i fati Europei, strappava di bocca a
Cousin le parole che noi ponemmo in capo allo scritto -- e Cousin
eccitatore un tempo della giovent francese,  pure in oggi un di que'
tanti che s'industriano a distruggere l'opera loro, tentando confinare
nel cerchio angusto d'una _dottrina_ immutabile e inapplicata gli uomini
del progresso; ma la verit vuole il suo dritto, e si fa via tra'
sistemi. La verit si rivela continua e progressiva attraverso gli
eventi; e se gli eventi ci sono propizii d'ispirazioni politiche: -- se
il secolo ci suggerisce una nuova via di successo, perch rifiuteremo
noi di seguirla?[38] perch diremo al secolo: tu se' diseredato di
mente: trascorri inutile alla umanit?

[37] [Abbiamo ammesso questa correzione, che  giusta. Nella _Giovine
     Italia_ si legge invece: _il_ Tugenbund].

[38] [_Scritti_, ecc.: _seguirlo_].

Bens, dalla nostra credenza non esce spregio, o biasimo assoluto alle
vecchie credenze politiche, n perch abbiamo opinione che le cose nuove
debbano trattarsi con metodi nuovi, gittiamo l'anatema dell'ingrato alle
teoriche applicate sinora. Quelle teoriche sono storia, e come storia le
veneriamo: come storia vi leggiamo dentro una manifestazione del
principio adattata a' tempi e alle circostanze. Soltanto in oggi le
vicende, le sciagure, e gl'insegnamenti de' fatti hanno svolti nuovi
elementi, hanno messa in luce chiarissima la _idea_, che prima giaceva
oscura ne' simboli. Allora conveniva accennare il principio; ora ci par
giunta l'epoca d'una manifestazione solenne. -- Ogni cosa ha il suo
tempo: ogni sistema ha la propria necessit d'esistenza nella condizione
morale dell'epoca. Chi schernisce o maledice al passato,  stolto o
maligno: egli dimentica come dai vagiti e da' modi informi e plebei di
Guittone Aretino esciva la bella lingua dell'Alighieri, di Petrarca e
Boccaccio, n senza quei primi e timidi tentativi politici, non
parleremmo[39] in oggi queste parole. Ma noi non malediciamo al passato,
se non quando c'incontriamo in uomini, i quali s'ostinano a farne[40]
presente, e quel ch' peggio, avvenire. Le rivoluzioni son tali fatti
che non si compiono in un istante o con un solo sistema, perch non v'
momento nello spazio, o sistema nella mente umana che valga a
raccogliere, a concentrare in una unit potente d'azione tutti quanti
gli elementi che mutano faccia agli stati. I sistemi politici non sono
per noi che i risultati degli elementi d'azione che stanno a un dato
tempo in un popolo, calcolati e ordinati pel meglio. Se ogni popolo
potesse rassegnarsi ad attendere in pace il momento nel quale l'elemento
_morale_ rivoluzionario equabilmente diffuso e coordinato fosse giunto a
tale un grado di potenza che assorbisse l'elemento _materiale_, le
rivoluzioni non avrebbero che un sistema. -- Ma la natura non ha voluto
che dalla morte nascesse a un tratto la vita; e la rigenerazione d'un
popolo non balza fuori nella sfera de' fatti, potente e compiuta, come
Minerva dal capo di Giove. La natura non ha voluto che le rivoluzioni si
operassero senza lunghe fatiche, forse perch i popoli imparassero a
gradi e attraverso le delusioni il prezzo della libert; n una nazione
cresce grande davvero, se non  consecrata all'eternit della missione
sociale nel sacramento del dolore. E d'altra parte, la tirannide
soverchiante, e inquieta per coscienza d'infamia, non concede che la
guerra fra gli elementi del progresso e la inerzia si consumi sordamente
e mutamente nella societ, e l'urto non si manifesti che quando il
trionfo  sicuro; ma inferocita nei sospetti e nei terrori che
l'affaticano, caccia nell'arena, come un guanto a' popoli, qualche testa
di prode -- e i forti di sdegno e d'audacia titanica traggono anzi tempo
le moltitudini incerte al giudicio di Dio. Quindi le vittorie brevi, e
le dubbie vicende, e gli errori. E dalle dubbie vicende e dai molti
errori hanno vita, incremento e perfezione i sistemi.

[39] [_Scritti_, ecc.: _politici, noi parleremmo_].

[40] [_Scritti_, ecc.: _farlo_].

E v' un periodo nella vita de' popoli, come in quella degli individui,
nel quale le nazioni s'affacciano alla libert, come l'anime giovani
all'amore: per istinto -- per bisogno indefinito e segreto -- perch la
natura creando l'uomo gli scrisse nel petto _libert e amore_ -- ma
senza conoscenza intima della cosa bramata, senza studio de' mezzi,
senza determinazione irrevocabile di volont, senza fede. Allora la
libert  passione di pochi privilegiati a sentire e soffrire per tutta
una generazione, a spiare il progresso e il voto de' popoli, a intendere
il gemito segreto che va dalle moltitudini al trono di Dio -- a vivere
profeti e morire martiri; per gli altri  desiderio, sospiro, pensiero,
e null'altro. Allora le rivoluzioni si tentano artificialmente colle
congiure: gli uomini liberi si raccolgono a metodi d'intelligenza
misteriosa: s'ordinano a fratellanze segrete: costituiscono setta
educatrice, e procedono tortuosi. Per che le moltitudini durano inerti,
e i pi vivono astiosi al presente, ma spensierati dell'avvenire -- e se
taluno rompe guerra al tempo, e tenta rivelarlo a' milioni, i milioni lo
ammirano onesto, ma la scherniscono sognatore di belle utopie. Il
sagrificio solenne  venerato anche allora, perch nel core degli uomini
v' un istinto di verit che mormora: quel sangue  sparso per voi;
quelle vittime si stanno espiatrici delle vostre colpe; que' martiri
equilibrano a poco a poco la bilancia tra le creature ed il creatore. 
venerato, perch v' un sublime nel sagrificio, che sforza i nati di
donna a curvare la testa davanti ad esso, e adorare; perch s'intravvede
confusamente che da quel sangue, come dal sangue di un Cristo, escir un
d o l'altro la seconda vita, la vita vera d'un popolo -- ma la
venerazione si consuma sterile e solitaria, nel profondo del core, nel
gemito dell'impotenza; non crea imitatori; non risplende maestosa e
fidente intorno al simbolo della nuova fede, ma soggiorna paurosa nelle
iniziazioni d'un culto proscritto, e piange d'un pianto che non ha
conforto neppur di fremito. -- La condizione de' tempi impone allora
doveri particolari ai pochi che s'assumono l'opera rigeneratrice; allora
il voler sanare gli estremi mali cogli estremi rimedi  pi follia che
virt; perch dove il male  inviscerato nella societ e ti preme d'ogni
lato predominante, o tenti struggerlo alla radice, e cadi tra via deriso
da' tristi; o fai guerra ineguale a' rami, e tu sei[41] gridato tiranno
da' buoni. -- Allora l'ostinarsi a fondar la vittoria su forze proprie e
sui miracoli del valor nazionale frutta disinganno amaro e talora pure
rimorso, perch le nazioni si _rigenerano colla virt o colla morte_; ma
dove non  virt di sagrificio n furore di gloria, dove nei cuori non
vive un'eco alle grandi passioni, i vasti concetti falliti e le molte
vittime infondono la inerzia, non il coraggio della disperazione. Quindi
la moderazione nell'applicazione de' principii pi scaltrezza che
inconseguenza; quindi la speranza e l'aiuto accettato dello straniero
necessit deplorabile piuttosto che codardia; e l'arti diplomatiche
usate a tempo, pericolose sempre, pure talvolta efficaci a smembrare le
forze nemiche. Ad ogni operazione politica  base prima il calcolo delle
proprie forze; e dove queste non reggono,  forza cercarne altrove, o
ristarsi[42]. Siffatti mezzi non danno libert mai alle nazioni, bens
conquistano anime alla santa causa, e insegnano a intendere la libert
ed amarla dolce, tollerante, incontaminata. -- Poi le vicende
ammaestrano a conseguirla.

[41] [_Scritti_, ecc.: _e sei_].

[42] [_Scritti_, ecc.: _ritrarsi_].

Ma poi che il pensiero concentrato ne' pochi s' diffuso alle
moltitudini, e la libert  fatta sorella dell'anime -- quando il voto
segreto s' convertito in anelito irrefrenabile, e la speranza in fede,
e il gemito in fremito -- quando il sangue delle migliaia grida vendetta
agli uomini e a Dio, ed ogni famiglia conta un martire o un iniziato
alla religione del martirio -- quando le madri non hanno pi sonni,
l'amplesso delle mogli ha il tremore e il presagio della separazione, e
un pensiero di rancore, un pensiero di cupa vendetta solca le fronti de'
giovani nati all'amore, e al sorriso spensierato degli anni vergini
sottentrano anzi tempo le cure e le gravi apparenze dell'ultima et --
allora -- l'ora di risurrezione  suonata. Guai a chi non si assume
tutto il dolore, tutto il dritto di vendetta solenne, che spetta ai suoi
fratelli di patria! Guai a chi non sente il ministero che le circostanze
gli affidano, e reca le idee mal certe del tentativo nella lotta
estrema, decisiva, tremenda! -- Allora la tirannide ha consumato il suo
tempo; le _transizioni_, e i sistemi di _transizione_ diventano passi
retrogradi; la guerra  tant'oltre che tra la distruzione e il trionfo
non  via di mezzo, e gli ostacoli che un tempo si logoravano coll'arti
della lentezza, vanno atterrati rapidamente. -- Allora la iniziazione 
compiuta; alla religione del martirio sottentra la religione della
vittoria; la croce modesta e nascosta s'innalza[43] nell'alto convertita
in _Labarum_; la parola della fede segreta fiammeggia segno di potenza
scritto sulla bandiera de' forti -- e una voce grida: _in questo segno
voi vincerete!_

[43] [_Scritti_, ecc.: _si svolge_].

E allora la giovent si leva -- raggiante, concorde, serrata a una lega
di pensieri e fatti magnanimi, aspirante un'aura di vittoria, spinta da
una forza di progresso e di moto che insiste sovr'essa, che la purifica
in un oblio d'ogni affetto individuale, che la ingigantisce nella
potenza d'un desiderio sublime. Salute a quella giovent! -- Date il
varco alla generazione, che venne col secolo, e maledetto colui che la
guardasse con occhio d'invidia, o gittasse dietro ad essa il motto dello
scherno amaro, per ch'essa ha intesa la voce del passato e quella
dell'avvenire, ha raccolti gl'insegnamenti dell'esperienza dalla bocca o
sulle tombe dei padri, e s' ispirata al soffio della civilt
progressiva, all'armonia della umanit, che ogni secolo, ogni anno, ogni
giorno rivela all'anime nuove un arco del proprio orizzonte!

Ora --  il tempo, o non ? Siam noi giunti al punto in cui una nuova
rivelazione[44] politica dia moto alle menti, e gli antichi sistemi
esauriti abbiano a cedere davanti a' nuovi suggeriti dalla esperienza,
voluti dai pi, potenti a struggere ed a creare?

[44] [_Scritti_, ecc.: _rivoluzione_].

La questione  codesta -- e noi, uomini del secolo XIX, la riteniamo
decisa.

Noi stiamo sul limitare d'un'epoca, e non  l'epoca de' sistemi di
_transizione_, che gli uomini delle rivoluzioni hanno predicato finora.
L'epoca de' sistemi di _transizione_  il gradino che la necessit
impone alle nazioni, perch salgano dal muto servaggio alla libert. La
libert  troppo santa cosa, perch l'anima dello schiavo la intenda e
il suo cuore possa farsene santuario, se prima non s' riconsecrato alla
_vita morale_ nelle lunghe prove e nel lungo dolore. Ma noi l'abbiamo
consumata quest'epoca: quaranta anni di tentativi, il battesimo del
pianto e del sangue, e la vicenda europea che s' svolta davanti a'
nostri occhi, hanno fruttato sapienza ed ardire; e noi siamo d'una
terra, che ha dato celerit singolare agli ingegni, e un battito pi
concitato al cuore de' suoi figli.

Noi guardammo all'Europa. Dappertutto  sorto un grido di nuove cose, un
appello alle nuove passioni, una chiamata a' nuovi elementi, che il
secolo ha posto in fermento. Dappertutto due bandiere hanno diviso i
combattenti per una medesima causa; e la guerra oggimai non riconosce
altro arbitro che la vittoria, per che gli uni contendono per
arrestarsi a' primi sviluppi della _idea_ rigeneratrice, gli altri per
inoltrarsi e spingere i principii alle legittime conseguenze: i primi
avvalorati dal silenzio delle moltitudini, naturalmente cieche,
naturalmente inerti, magnificano il riposo supremo de' beni, non
avvertendo che anche la morte  riposo; i secondi, forti di logica e di
fede negli umani destini, intimano il moto, come legge, necessit, vita
delle nazioni. -- La guerra  implacabile, perch tra il sistema che da
noi s'intitola _vecchio_ e la nuova generazione sta, come pegno d'eterno
divorzio, una rivoluzione portentosa ed europea negli effetti, divorata
in un giorno da pochi codardi e venali, ridotta a un mutamento di nome,
e non altro -- sta l'_Associazione universale_ costretta a retrocedere
d'un passo davanti a delusioni siffatte[45], che un secolo di strage non
basterebbe a scontarle, se un'ora di libert non avesse potenza di
cancellare il passato. La guerra  implacabile, per che le sorti di
mezza Europa sono strette al successo, e non v' pace possibile, poich
l'Europa ha imparato fin dove meni la ostinazione d'un sistema d'inerzia
a fronte d'una volont irrevocabile. L'Europa ne ha lette le conseguenze
al lume degl'incendi di Bristol, e scritte col sangue de' Lionesi -- e
noi vorremmo, per la speranza d'una transazione impossibile, dissimulare
la verit ai nostri fratelli, rinnegare la bandiera che il secolo ci
pone alle mani, contrastare ad un fatto universale, evidente, che sgorga
dai minimi incidenti, da' giornali, da' libri, dai tentativi, da ogni
popolo, da ogni lato? La unione! noi la vogliamo; ma tra buoni, e
fondata sul vero. L'altra, che alcuni paurosi od inetti gridano
tuttavia, senza insegnare il come si stringa,  unione di cadavere colla
creatura vivente: spegne il lume della vita dov', senza infonderlo
dov' morte.

[45] [_Scritti_, ecc.: _tali_].

Noi guardammo alla Italia, -- alla Italia, scopo, anima, conforto de'
nostri pensieri, terra prediletta da Dio, conculcata dagli uomini, due
volte regina del mondo, due volte caduta per la infamia dello straniero
e per colpa de' suoi cittadini, pur bella ancora di tanto nella sua
polvere, che il dominio della fortuna non basta ad agguagliarle l'altre
nazioni, e il genio si volge a richiedere a quella polvere la parola di
vita eterna, e la scintilla che crea l'avvenire. Guardammo con quanta
freddezza d'osservazione pu dare un desiderio concentrato, un bisogno
di afferrarne l'intima costituzione (e il core ci batteva forte nel
petto, perch abbiamo passioni giovani e l'orgoglio del nome italiano ci
solleva l'anima dentro); ma noi imponemmo silenzio al cuore, e la
vedemmo come era, vasta, forte, intelligente, feconda d'elementi di
risorgimento, bella di memorie tali da crearne un secondo universo,
popolata d'anime grandi nel sagrifizio, e nella vittoria -- ma guasta,
divisa, diffidente, ineducata, incerta fra la minaccia delle tirannidi e
le lusinghe perfide dei molti, che adulandola dell'antica grandezza,
l'addormentano sicch'ella non ne tenti una nuova -- e tutta la forza de'
suoi elementi controbbilanciata, annientata dalla mancanza d'unione e di
fede -- due virt, che n dieci secoli di sventura derivata dalle
animosit provinciali, n potenza d'intelletto o fervore di fantasia
hanno potuto ancora far predominanti tra noi -- e a fondarle, volersi
pi che ogni altra cosa l'autorit d'un principio alto, rigeneratore,
universale, applicabile a tutti i rami della civilt italiana, che li
riformi tutti purificandoli e dirigendoli ad un intento -- d'un
principio uno e potente a cui si concentrino tutti i raggi, tutti gli
elementi di vita; nella cui fede l'anime si rinverginino, e la coscienza
mormori una destinazione alle masse -- perch in oggi manchiamo non di
mezzi, ma d'accordo e di vincolo fra questi; non di materia, ma di moto
che la sospinga; non di potenza, ma di convinzione che noi siamo
potenti. Noi vedemmo la Italia, soffermata ai confini del mondo
_sociale_ dall'_individualismo_, rimanersi tuttavia sottoposta
all'influenza del medio-evo. La idea _personale_, il sentimento radicato
in ogni uomo della propria indipendenza, la ripugnanza a confondere la
unit singolare nella vasta unit del concetto nazionale, predominavano,
elementi ottimi in s, ma avversi, quando sono spinti tropp'oltre, al
progresso comune. -- De' tristi non favelliamo; ma la tendenza
individuale traspariva fin nella passione di libert, che assumeva ne'
migliori aspetto d'odio a' ceppi, di reazione forzata, di vendetta
suscitata dalle lunghe offese. Pochissimi amavano la libert per amore;
perch fine prefisso all'uomo; perch mezzo unico di progresso sociale.
Pochissimi mostravano coscienza dell'alta missione, che ogni vivente ha
dalla natura verso la umanit.  la coscienza di questa missione che
creava giganti Mirabeau, gli uomini della Convenzione, Bonaparte,
Robespierre -- e finch la seguirono, furono grandi -- e perch mal si
scerne il punto in cui svaniva davanti ad altri moventi, la posterit li
grider grandi. -- Ma all'Italia, come noi la vedemmo, il materialismo,
struggendo ogni dignit d'origine e di destino nell'uomo disseccava la
vita al cuore; o la indifferenza, sperdendo ogni sete di vero, rapiva
molte di quell'anime, pi frequenti in Italia che altrove, che vivono e
muoiono martiri d'una idea. Quindi la mancanza di fede, di fede in s,
nel dritto, e nell'avvenire, perch l'uomo, confinato
dall'_individualismo_ dominatore nel cerchio ristretto della propria
influenza, schiacciato sotto la vastit del concetto, o si rassegna a
vivere schiavo, o si fa libero colla morte sul palco. -- E questi vizi,
che il lungo servaggio e Roma imposero alla Italia, stavano contro ad
ogni tentativo pi tremendi delle baionette tedesche.

E guardammo al passato a vedere se potesse trarsene il rimedio. Ma il
passato c'insegnava a non disperare; il passato c'insegnava quante e
quali fossero l'arti della tirannide, e le reliquie del servaggio
nell'anime -- non altro. La scienza de' padri s'era esercitata intorno
ai principii pi che intorno alle applicazioni. Forse la fiamma di
patria e di libert, che li ardeva, aveva illuminato ad essi quanto era
vasto l'arringo: ma le circostanze avevano affogato il concetto; e i
tentativi non avevano assunto n la energia, n la vastit, n l'armonia
che si richiedeva a tanta opera. Era necessaria una unit di principii e
d'operazioni -- e i moti prorompevano invece parziali, e
provincialmente. Ma senza un moto universale, riescir impossibile
sempre il trionfo, senza la universalit dell'accordo precedente, il
moto non proromper simultaneo e veramente italiano mai -- e per
consumare ad un tratto le invidie, e le animosit che vivono tuttora tra
le provincie, vuolsi affratellarle tutte nella fratellanza del tentativo
del pericolo e della vittoria. Era necessario il diffondere lo spirito
riformatore, il bisogno di rinovamento sovra tutti i rami
dell'incivilimento italiano -- e limitavano la riforma a un ramo solo
dell'umano intelletto; agli altri contendevano il progresso; e gli
uomini che predicavano libert politica e indipendenza dalle vecchie
abitudini di sommessione, bandivano la crociata addosso agli ingegni
vogliosi d'emancipazione dalle teoriche antiche filosofiche e
letterarie; rubavano agli Inglesi la bilancia dei poteri e i principii
della monarchia costituzionale, mentre vilipendevano schiavi del nord e
traditori della patria quanti tentavano rivendicarsi negli studii e
nelle composizioni quella libert che non s'era mai perduta nel
settentrione -- n badavano alla necessit di educare all'indipendenza
intellettuale gli uomini che volevano trarre al concetto
dell'indipendenza politica; per che l'uomo  _uno_, e l'intelletto non
s'educa a un tempo a due sistemi contrarii. La grande rigenerazione alla
quale intendevano, aveva bisogno d'alimentarsi di sagrificio sublime, di
forti esempli, di rinnegamento totale dell'individuo a pr d'un
principio. Conveniva levar l'uomo all'altezza d'una generalit, levarlo
a un concetto partito d'alto tanto[46], che potesse abbracciare tutta
quanta la umana natura. Conveniva scrivergli dentro la tavola de' suoi
diritti e de' suoi doveri, dargli la coscienza d'una grande origine,
prefiggergli una missione _sociale_, e rivelargliela nell'azzurro de'
cieli stellati, nella grande armonia del creato, nell'universo fisico
ridotto a simbolo d'un pensiero potente, nelle rovine del passato, nella
idea generatrice delle religioni, nella profezia de' poeti, nel raggio
onde il Genio solca la terra, ne' moti inquieti del cuore, perch egli
da tutte le cose imparasse s essere nato libero, gigante di facolt e
d'energia, re del mondo e della materia, non sottomesso mai ad altre
leggi, che alla eterna della ragione progressiva ed universale.
Conveniva purificarne le passioni, animarle d'amore, cacciargli a fianco
l'entusiasmo, ala dell'anima alle belle cose, e davanti a' suoi passi la
vergine speranza col suo sorriso che dura in faccia al martirio -- ed
essi lo trattenevano nel materialismo, credenza fredda, scoraggiante ed
individuale, rifugio a ogni uomo contro alla prepotenza delle
superstizioni e della tirannide sacerdotale, ma nella quale ei non pu
durare senza che gli s'inaridisca il fiore dell'anima: -- lo indugiavano
nello sconforto d'una lotta eterna, avvezzandolo a contemplarsi dominato
alla cieca e inesorabilmente dai fatti, mentre bisognava convincerlo che
v'era tal forza dentro di lui indipendente da' fatti, padrona de' fatti,
dominatrice dell'istesso destino: -- lo angustiavano in una vicenda
alterna d'_azione_ e di _reazione_, mentr'era d'uopo stampargli in petto
una coscienza di _progresso_ invincibile e di trionfo. Irridevano le
vecchie credenze, n tentavano sostituirne altre nuove; spegnevano
l'entusiasmo, e volevano risvegliarlo con nomi: parlavano di patria alle
moltitudini, e struggevano la fede, patria dell'anime; la fede in una
legge superiore di miglioramento, in un concetto di moto perenne che
abbracci e promova tutta la serie dei fenomeni umani: -- la fede che
cre la potenza di Roma, la vasta dominazione del Maomettismo, i
diciotto secoli del Cristianesimo, la Convenzione, Sand[47], e la Grecia
risorta: -- la fede che ridona la dignit perduta allo schiavo, e gli
grida: _Va! va! Iddio lo vuole! Iddio, che t'ha creato a immagine sua, e
t'ha spirato una scintilla della sua onnipotenza!_ Questo avrebbero
dovuto tentare i primi riformatori d'una nazione caduta in fondo, se i
primi potessero far altro che intravvedere un rinnovamento e morire per
esso. Poi, scendendo alle applicazioni, era necessario avere il popolo,
suscitare le moltitudini: a farlo, bisognava convincerlo che i moti si
tentavano per esso, pel suo meglio, per la sua prosperit materiale,
perch i popoli ineducati non si movono per nudi vocaboli, ma per una
realt; e a convincerlo di queste intenzioni, bisognava adoprarlo,
parlargli, cacciar nell'arena quel nome antico e temuto di Repubblica,
solo forse che parli ai popoli una parola di simpatia, una idea di
_utile_ positivo: -- ed essi tremavano del popolo; disperavano -- mosso
che fosse -- di poterlo dirigere; e lavoravano ad addormentarne il
ruggito, o a moverlo, gli esibivano teoriche astruse di poteri
equilibrati, idee metafisiche di lotta ordinata, sicch ne escisse
quiete permanente allo stato, e costituzioni accattate da altri paesi,
provate oggimai inefficaci a durare, e non adattate ai costumi, alle
abitudini, alle passioni. -- Le rivoluzioni si preparano colla
educazione, si maturano colla prudenza, si compiono colla energia, e si
fanno sante col dirigerle al bene comune. Ma le rivoluzioni, a questi
ultimi tempi, sorsero inaspettate, non preparate, artificialmente
connesse; furono dirette al trionfo d'una classe sovra un'altra,
d'un'aristocrazia nuova sovra una vecchia -- e del popolo non si
fece[48] pensiero -- poi, procedettero sulla fede di principii fittizi,
lasciati all'arbitrio di governi astuti che gl'interpretassero, paurose
di ogni cosa, disperate d'ogni soccorso, che non venisse dalla
diplomazia, o dallo straniero, l'una, arte essenzialmente menzognera,
l'altro, essenzialmente sospetto, amico talvolta dei forti, non mai de'
fiacchi. Noi vedemmo uomini insultare a re, imponendo loro leggi e patti
che insegnavano aperta la diffidenza, e dimezzavano il loro potere -- e
nello stesso tempo fidarsi illimitatamente nelle loro promesse e nei
loro giur come se i tiranni avessero un Dio nel cui nome giurare.
Vedemmo assalita nelle costituzioni proposte l'aristocrazia, e non
pertanto venir chiamata alla somma delle cose, come se le caste
potessero mai suicidarsi. Leggemmo sulle bandiere il nome d'Italia,
mentre si rinnegavano ne' proclami e nelle operazioni i fratelli vicini
e insorti per la stessa causa, nell'ora stessa, in forza di concerto
comune. Udimmo gridare indipendenza di territorio, mentre il barbaro
guardava alle porte; e intanto l'andamento de' nuovi governi si fondava
sulla speranza d'evitare una guerra, che la natura ha posta eterna fra
il padrone, e lo schiavo, che rompe la sua catena -- e si frenavano i
giovani che volevano diffondersi in pi largo terreno -- e si
decretavano toghe, non armi. -- Errori che ci hanno fruttato taccia di
codardia dagli stessi che ci hanno illusi vilmente e traditi: errori
figli forse pi delle circostanze e della infamia de' gabinetti europei,
che degli uomini preposti alle cose nostre; ma tali che il sostenerli
avvedimenti politici di profonda esperienza  oggimai parte d'inetti o
di traditori.

[46] [_Scritti_, ecc.: _concetto alto_].

[47] [_Scritti_, ecc.: _Convenzione, e la Grecia_].

[48] [_Scritti_, ecc.: _ebbe_].

E allora -- guardammo d'intorno a noi; allora ci lanciammo
nell'avvenire. L'anima sconfortata dalle lunghe delusioni si ritempr
nella coscienza d'una eterna missione, si rinfiamm nel sentimento d'un
furore di patria, d'un voto di libert ch' la vita per noi. Gli errori
de' padri erano voluti dai tempi; ma noi perch dovevamo insistere sugli
errori de' padri? Gli anni maturano nuovi destini; e noi, contemplando
il moto del secolo, intravvedemmo una giovine generazione, fervida di
speranze -- e la speranza  il frutto in germoglio -- commossa a nuove
cose dall'alito _spirituale_ dell'epoca -- agitata da un bisogno
prepotente di forti scosse, e di sensazioni: e di mezzo ad essa, tra la
incertezza dei sistemi, tra l'anarchia de' principii,
dall'individualismo del medio evo, dal fango che fascia la vita
italiana,[49] sorgere qua e l uomini che vivono e muoiono per una idea;
levarsi anime che, come Prometeo, protestano contro la fatalit che li
opprime, e l'affrontano sole; apparire aspetti, che hanno una profezia
d'avvenire sulla fronte: esseri d'una natura superiore che la natura
caccia sempre sulla terra al finire d'un'epoca per congiungerla alla[50]
nuova -- e tutta la generazione, e que' pochi privilegiati non mancano,
ad esser grandi, che d'un riconcentramento d'opinioni e tendenze, d'una
unit nella direzione, d'una _parola_ feconda, energica, incontaminata
d'odio e paura, che riveli nudo e potente il voto del secolo.

[49] [_Scritti_, ecc.: _italiana_, _vedemmo_].

[50] [_Scritti_, ecc.: _colla_].

Questa _parola_ noi la diremo.

Questo voto noi tenteremo d'interpretarlo. Tutte le tendenze che ci
parve intravvedere nel secolo, e che abbiamo accennate nel corso di
quest'articolo, noi le svilupperemo nel nostro giornale coll'ardore di
gente che n spera, n teme dai partiti politici, e non vede sulla terra
se non uno scopo e una via per arrivarlo[51]. E da queste tendenze ch'or
sono in germe, da tutte le necessit che sgorgano innegabilmente dai
fatti trascorsi, dalle ispirazioni dell'epoca, escir, noi lo speriamo,
un sistema che raccoglier intorno a s la generazione crescente. Non 
che un sistema, ripetiamolo anche una volta, che noi abbiamo voluto
accennare col nome di _Giovine Italia_; ma questo vocabolo noi lo
scegliemmo, perch con un solo vocabolo ci parea di schierare innanzi
alla giovent italiana l'ampiezza de' suoi doveri, la solennit della
missione che le affidano, le circostanze, perch'essa intenda come l'ora
 suonata di levarsi dal sonno ad una vita operosa e rigeneratrice. -- E
lo scegliemmo, perch, scrivendolo, noi avevamo in animo mostrarci quali
siamo: combattere a visiera levata: portare in fronte la nostra
credenza, come i cavalieri del medio evo la tenevano sullo scudo -- per
che noi compiangiamo gli uomini che non sanno la verit, ma disprezziamo
coloro che, sapendola, non osano dirla.

[51] [_Scritti_ ecc.: _raggiungerlo_].

Vergini di vincoli, e di rancori privati, con un cuore ardente di sdegno
generoso, ma schiuso all'amore, senz'altro desiderio fuorch di morire
pel progresso dell'umanit e per la libert della patria, noi non
dovremmo essere sospetti d'ambizioni personali, o d'invidie. -- La
invidia non  passione di giovani. -- Fra noi chi cura gl'individui? chi
move guerra a' nomi? L'epoca de' nomi  consumata; siamo all'epoca de'
principii; non difendiamo, n assaliamo che questi, non siamo
inesorabili che su quel terreno. L  il perno del futuro; l stanno le
nostre pi care speranze. -- Le generazioni passano; i nomi e le
battaglie intorno ad essi passeranno soffocate dal torrente popolare,
che sta per diffondersi. Stendiamo un velo sui fatti che furono: chi pu
far che non siano? -- ma l'avvenire  nostro; le teoriche del passato
noi le rifiutiamo pel tempo che c'incalza. Noi cacciamo la nostra
bandiera tra il mondo vecchio, ed il nuovo -- chi vuole s'annodi intorno
a questa bandiera; chi non vuole, viva di memorie, ma non cerchi di
sollevarne un'altra, caduta, e lacera.

Che se tra gli uomini a' quali l'esser nati in un'epoca anteriore alla
nostra ha stillato un dubbio nell'anima, che si voglia per noi e per le
nostre dottrine rimoverli dalla impresa, vi sono uomini[52] che abbiano
la canizie sul capo e l'entusiasmo nel core, uomini che procedendo col
tempo veglino[53] lo sviluppo progressivo degli elementi rivoluzionari,
e modifichino a seconda di questo sviluppo il loro piano d'operazione,
oh vengano a noi! guardino spassionatamente alle nostre teoriche, a'
nostri atti, ai nostri affetti -- e vengano a noi! Vengano, e ci snudino
le ferite onorate che ottennero nei campi delle patrie battaglie: noi
bacieremo quelle sante ferite; venereremo que' capegli canuti;
accetteremo il loro consiglio, e raunandoci intorno ad essi, li
mostreremo con orgoglio a' nostri nemici sclamando: noi abbiamo la voce
del passato, e quella dell'avvenire per la nostra causa!

[52] [_Scritti_, ecc.: _alcuni_].

[53] [_Scritti_, ecc.: _vogliano_].

Sia dunque pace! -- Pace  il voto dell'anime nostre. In nome della
patria -- in nome di quanto v' di pi sacro, noi gridiamo pace! --
L'accusa di seminar la discordia ricada sulla testa degli uomini che si
gridano liberi e non ammettono progresso nelle cose umane -- che parlano
di concordia e accumulano le interpretazioni maligne e i sospetti sulle
parole proferite candidamente -- che predicano la unione, e schizzano il
veleno sulle intenzioni. -- Con questi, non  via d'accordo possibile.

Giovani miei confratelli -- confortatevi, e siate grandi! -- Fede in
Dio, nel dritto, ed in noi! -- Era il grido di Lutero, e commosse una
met dell'Europa. Innalzate quel grido -- e innanzi! I fatti mostreranno
se c'inganniamo, dicendo che l'avvenire era nostro.

                                                              _Mazzini._




                  ORAZIONE per Cosimo Damiano Delfante


Dentro povera tomba, in mezzo a un'isola lontana dal nostro emisfero
giace il _Fatale_, che nessuna altra cosa ebbe di comune con gli uomini
tranne il nascimento, e la morte. Chi mai vorr giudicarlo, o chi
volendo potr? Tremi la gente d'interrogare quel sepolcro, poich le
sorgeranno nell'anima siffatti pensieri, che ella poi tenter in vano
sostenere, o definire. Educato a dolentissima scuola, io da gran tempo
ho appreso a diffidare di coteste azioni, che i popoli chiamano virt, e
delle altre che si vituperano pel mondo come delitti: conobbi l'uomo
stimare le imprese dall'evento, e ci talvolta per ignoranza, spesso per
malignit, spessissimo per ambedue: -- vidi sempre l'infamia aggravarsi
sopra il caduto... Solo _perch caduto_, onde io e piansi, e risi, e
dubitai di tutto. -- Dunque con un cuore, che non si atterrisce, n
s'infiamma per cosa contemplata, anima grande, mediter su di te. Molti
dei tuoi compagni ti posero in obblio; molti tra i tuoi servi ti
abbandonarono: molti ancora di quelli, che beneficasti ti hanno tradito:
la voce del poeta, che ti salutava Giove  spenta[54]; tu dormi polvere,
_e non coronata_, la tua potenza divenne di una memoria..., ma una
memoria pi durevole dei secoli, che dall'alto delle Piramidi stettero a
vederti vincere le battaglie egiziache![55]. Eterno tu avrai il dominio
dei tempi avvenire, perch la vittoria ha l'ale, non gi la sapienza, n
si rapisce la fama come la corona. Tu fosti grande, e tale ti confessava
anche l'odio. Ora chi ti lev a s stupenda altezza, la _piet, o il
terrore_ dei viventi? Quel forte nel canto, scorta amorosa dei miei
pensieri, lord Byron sorge severo e ti domanda: Spirito tenebroso!
perch conculcasti la stirpe, che umiliando ti si prostrava davanti? Tu
potevi salvare, e l'unico dono, che facesti ai tuoi adoratori  stata la
tomba. O Dio! doveva il mondo essere sgabello a cos abbietta
creatura?[56]. -- Difender la tua causa. Dimenticando, che veniva
dagli uomini la voce: _scegli la tua parte, e sii oppressore, o
vittima_[57]; non avvertendo al veleno, che si era posto dinanzi per
sottrarsi al patibolo, Giovanni di Condorcet irradiava di speranza il
tristo carcere e scriveva[58]: doversi migliorare i destini umani, gli
utili ammaestramenti non potere riuscire invano; averli la stampa
diffusi per modo, che una nuova barbarie non sarebbe sufficiente a
sopprimerli, e la luce della filosofia tanto penetrata nei misteri del
sapere da poterne un giorno derivare facolt di vivere immortali, e
notate, uditori, che egli teneva il veleno davanti per fuggire il
patibolo. Io per me penso, che questo pur fosse lo scopo del _Fatale_,
sebbene pi moderato siccome conveniva all'indole di lui; e meditando
sopra le sue azioni sembra, che non repugnasse dal conseguirlo con le
armi, con le leggi, e con la religione. -- Quando la fortuna del mondo
lo condusse in Affrica finse costumi da profeta, e le turbe lo dissero
Sultano del fuoco, e Sultano giusto[59]; -- tornato in Europa non depose
il disegno, favell di destini, accenn stelle[60], e forse si tenne
davvero un eletto di Dio, -- _e forse egli era_: temendo poi in queste
nostre contrade troppo scarso il frutto, che si ricava dalla fede,
attese il Sapiente a governare _con la ragione_, e compose un codice,
monumento di antica, e di moderna dottrina; ma le sorti non gli arrisero
del tutto in questo nuovo disegno, imperciocch lo stato singolare del
secolo presente voglia _che l'uomo non sia tanto scempio da lasciarsi
andare alle superstizioni, n tanto incivilito per soddisfarsi del nudo
ragionamento_. -- Gli valsero le armi, felicissime un tempo; una volta
avverse, funeste per sempre. Il caso lo pose in Francia, ve lo ferm
l'occasione, ve lo mantenne il destino; gli parve quel paese quasi un
centro donde muovere le fila della sua trama per la universa Europa...
furono queste fila di ferro, e di fuoco, eppure pi fragili del velo,
che l'insetto ordisce nell'angolo della sala: -- disperdi l'opera
dell'insetto, ed ei torner a rifarla pi animoso di prima; turba
l'opera dell'uomo, e questi o disperato si asterr dal riprenderla, o
consumer la vita in vani conati per nuovamente comporla; quindi se io
mal non veggo il paragone torna in vantaggio dell'insetto!

[54] _Monti_, _Inno in morte dell'ultimo Re de' Francesi_.

[55] Proclama di Napoleone.

[56] _Ode to Napoleon Buonaparte._

[57] Versi di _Condorcet_.

[58] _Esquisse sur les progrs de l'esprit humain._

[59] _Jomini_, _Vie de Napolon_, etc., etc.

[60] _Sgur_, _Histoire de la Grande-Arme_.

Se tu dunque, o _Fatale_, concepisti il disegno di _emendare le colpe
della creazione_, nessun voto pi degno di essere adempito l'Angiolo
della preghiera present al trono dell'Eterno. -- Forse teco rimasero
sepolti i destini del mondo, forse l'aquila imperiale fuggendo dalle tue
bandiere si portava la speranza, e non pertanto alla gloria, che ti
circonda potrebbe aggiungersi altra gloria pi splendida, voglio dir
quella di benefattore della umanit, e il tuo sepolcro potrebbe
annoverarsi tra i sacri pellegrinaggi.

Cosa importa, che il mio spirito contristato neghi l'umano
miglioramento, e dica: la guerra  in natura; notate _Austin_ inglese il
quale dopo diciassette anni di continue fatiche, giunge appena a
mantenere in vita comune quattordici animali di specie diversa
_pascendoli quotidianamente a saziet_[61]; or dunque quanto pi dura
impresa fia quella di accordare gli uomini in pace poich a loro non fu
concessa una somma di bene per soddisfarli tutti, o piuttosto un'anima
che si potesse soddisfare? Cosa importa, che dai climi, dai costumi,
dalle voglie contrarie io derivi argomento di guerra perpetua? Cosa
ch'io mostri le pagine della storia eternamente contaminate dalle stesse
rapine, dai misfatti medesimi? Cosa ch'io provi la civilt aver giovato
agli uomini per commettere le colpe con sottigliezza maggiore, e per
cuoprirle con la ipocrisia togliendo loro quell'unica parte, che avevano
di buono, o almeno di non tristo, la sincerit? Cosa, che io dichiari il
pensiero di sottoporre, il mondo ad un medesimo reggimento doversi
lodare piuttosto come mosso da un cuore sensibile, che da tenersi come
uscito da un cervello sano? E quando ancora questa sapienza diffusa
producesse alcun bene, potrei dimostrare come non essendo perenne, n
dapertutto uguale le sue conseguenze diventerebbero nulle. Dove io
questi, ed altri argomenti prendessi ad esporre, avrei reso un mal
servigio alla societ, n tu rimarresti meno il Benefattore degli
uomini, imperciocch io mi sia instruito a considerare il consiglio
disgiunto dall'opera, e quando per impotenza riesce inadempito ne
attribuisca il biasimo a Colui, che potendo, non concedeva facolt
bastanti per conseguirlo, e la lode a chi volle, e non pot. -- Ma io ho
fede alla sentenza dell'_Ecclesiaste_: Quello che  stato  lo stesso
che sar, e quello che  stato fatto,  lo stesso, che si far: e non
v' nulla di nuovo sotto il sole. Evvi cosa alcuna della quale altri
possa dire: vedi questo, egli  nuovo? gi  stato nei secoli, che sono
stati avanti di noi[62]. E quella mano stessa, che apparve al convito
di Balthazar[63] sopra le rovine dei tempi trascorsi ha scritto la
legge: _Sii oppresso od oppressore._ Ho veduto la sapienza pellegrinare
attorno la terra, e non posarsi mai, e al suo partire sopprimere ogni
traccia della dimora; -- ho contemplato un popolo crescere, allargarsi,
e dominare per tutta la terra, divenuto poi debole cadere per infermit
interna, o per guerra di fuori; cos tra le nazioni di cui conserviamo
memoria avvenne ai Romani, cos ai Longobardi, cos ai Francesi sotto
Carlo Magno, agli Spagnuoli sotto Carlo V, nuovamente ai Francesi sotto
Napoleone, e forse esistono adesso due popoli ai quali si apparecchiano
gli stessi destini nelle ragioni del declinare, e del sorgere. Quando io
considero l'assiduo alternare di siffatte vicende, esclamo dal profondo
dell'anima: oh! perch non si posava il tuo sguardo sopra la terra, che
ti dette la vita! Nel modo stesso col quale Dio cre la luce se
profferivi la parola: Italia sia, e Italia sarebbe stata. Se al volo
antico drizzavi l'aquila romana, meglio della tua francese avrebbe
conosciuto; e con la pi robusta percorso la via del firmamento; e se
avversa ti stava la fortuna, noi ti avremmo co' nostri petti difeso,
superati e non vinti giaceremmo insieme nella terra di Cammillo e degli
Scipioni... ma noi avremmo vinto perch la causa delle nazioni cimentata
dal sangue dei martiri termina sempre col trionfo, perch la parola del
forte, che spira in difesa della patria ha virt di fecondare la sabbia
del deserto... e noi Italiani non siamo sabbia per Dio. -- Ahim! forse
anche questo  un delirio, e la differenza, che passa tra il delirio del
sapiente, e quello dello stolto consiste in questo, che il primo ha
potere di troncarlo, con un _forse_, mentre il secondo deve continuarlo
all'infinito! Cominciai col dubbio, ho concluso col dubbio, valeva
meglio tacere... pure qual altra scienza oltre il dubbio conviene al
nato per morire? Gli umani ingegni non distinsero mai il bene, e il
male: vana, ed incerta ogni cosa, certa soltanto la morte; il periodo di
vita, che percorriamo  assai pi breve di quello, che sembra: due terzi
della infanzia, e della vecchiezza sono spesi nel sonno, un terzo ne
consumiamo nella pubert, e nella virilit; l'uomo che vive ottant'anni,
ne ha dormiti quaranta![64] Gli occhi ne furono concessi per contemplare
la sciagura, e per piangerla! E nondimeno fra tanto estremo di miseria
vi han tali, che godono tormentare l'anima del fratello, e seminargli il
sentiero di triboli. Verseremo noi l'ira di uno spirito ardente sopra di
loro? Imprecheremo scongiuri su la testa abborrita di cui la ricordanza
gli spaventer pi dei propri rimorsi? Dire parole insomma, che
suoneranno loro pi terribili della chiamata dell'angiolo al giudizio di
Dio? No. Voi non siete feroci come Catilina, n simulati come Tiberio,
n maligni come i Borgia; abbietti, schifosi, meschini non meritate n
anche la fama di Erostrato, vivete... io vi condanno a vivere, a rodervi
nella coscienza della vostra nullit.

[61] _Revue encyclopdique._

[62] _Ecclesiaste_, cap. I, X, XI.

[63] _Daniel_, cap. V.

[64] Cav. _Palloni_, _Riflessioni sul sonno, e sul sonnambulismo_.

Lasciamo di coteste infamie, e di coteste miserie, leviamoci a respirare
un aere pi puro, e poich di siffatta potenza ci erano i cieli cortesi,
sorgiamo a meditare le bellezze ideali, circondiamoci d'illusioni,
c'inebbriamo di gloria se di felicit non possiamo.

Favelliamo di gloria. -- Napoleone Buonaparte tratto dalla volont, e
dalle vicende muove in Egitto, lasciando la Francia temuta; e seco parte
la fortuna di Francia! Mentre egli vince alle Piramidi, al monte Tabor,
ad Aboukir, altri generali francesi le sue conquiste perdevano. --
Mantova presa, l'Olanda di Russi e Inglesi ingombrata, la sconfitta
della Trebbia, -- l'altra di Novi -- Massena, gi folgore di guerra,
adesso condottiero infelice, Scherer respinto, Joubert ucciso,
Macdonald, e Moreau superati, ogni cosa in rovina. -- Napoleone
Buonaparte udite le sinistre notizie, abbandonava Alessandria, si poneva
all'avventura sul mare; scampato dagli elementi, e dai nemici, tornava a
Parigi. Qui giunto, con tali parole favellava al Direttorio: Che avete
voi fatto di questa Francia, che tanto prosperevole vi aveva lasciata!
Dov'era pace, rinvenni la guerra, dove lasciai vittorie, ho incontrato
sconfitte... perch tanta miseria quando io vi consegnai i milioni
d'Italia? Che avete voi fatto di cento mila Francesi tutti compagni
della mia gloria? -- Perirono[65]. Cos rampognava per ira, pi per
arte. -- Soppresso il Direttorio, ridotta in sue mani la somma della
Repubblica, pensa ristorarne la declinata fortuna, e agevolmente il
poteva, poich seco era tornata la vittoria: gl'impedimenti, che gli
oppongono la natura, e gli uomini superava, con sottilissimo ingegno; il
forte Bard sfuggiva, a Chiusella, e a Montebello vinceva, le pianure
italiane occupava. Si affronta in mortale combattimento co' suoi nemici
nei campi di Marengo; cotesta fu una battaglia di giganti; -- l'Austria
cadde; -- l'Italia tutta in poche ore torn nel dominio Francese, il
Genio del primo Console prevalendo costrinse gli avversari a supplicarlo
di pace.

[65] _Jomini_, _Vie de Napolon_.

Questi fatti raccontava la fama per le citt italiane, sicch forte se
ne infiammavano le menti di quelli, che le udivano. -- Era in que' tempi
nei giovani petti Italiani un desiderio, un anelito di accorrere sul
campo delle battaglie, che apertamente dimostr, non anco in essi morto
l'antico valore, e santi furono allora i nostri voti, imperciocch
Napoleone fingendo amare le libert italiane, richiamava in vita la
Repubblica Cisalpina. -- Ah! furono inganni cotesti... Ma l'Antomarchi
applicando al cranio di Buonaparte il sistema di Gall, lo trov tanto
potente simulatore,[66] e il cuore dei giovani si lascia cos di
leggieri prendere alle illusioni, ch'io davvero tremo pel giudizio, che
i posteri faranno su la memoria di quel Grande, malgrado le mie difese;
-- pure se gl'Italiani si lamentano, che tu non li abbia amati, non per
ti maledicono mai; essi avrebbero voluto difenderti col proprio sangue,
e con quello dei figli, essi quantunque da te delusi pregano Dio, che ti
perdoni com'eglino ti hanno perdonato. --

[66] V. _Les derniers moments_, etc.

Nato da poveri genitori nel 1781, viveva in questa nostra patria Cosimo
Damiano Delfante. L'anima caldissima del giovanetto, l'ingegno pronto ed
il sentirsi forte gli facevano mal comportare gli oscuri natali; -- e
l'esperienza insegna essere la ignobilit pi che la chiarezza del
linguaggio, stimolo acuto a ben meritare avendo la natura concesso
all'uomo maggiori potenze per acquistare, che non per mantenere. Ora
pervenuto Cosimo nostro al suo ventiduesimo anno, incapace a reprimere
il genio interno, si presentava al padre tutto tremante, e gli diceva:
Chiamarlo la patria, n volere egli rimanersi inoperoso alla chiamata;
non badasse al momentaneo dolore, tra poco la fama dei suoi fatti lo
consolerebbe di mille doppi; gli desse intanto la paterna, benedizione.
-- Qual core fosse il mio, mi parlava Giovacchino Delfante, il quale
ottuagenario si vive con la vecchia moglie Uliva Bujeri in Livorno,
qual core fosse il mio nel sentire il disegno di Cosimo, pensatelo
voi... e fissatomi in volto aggiungeva:  -- No, voi nol potete
immaginare perch dalla vostra giovanezza suppongo, che non siate anche
padre... Il mio corpo frem per ogni fibra, l'anima si sollev in un
sospiro, e tacqui; -- egli riprese: Dio me lo aveva dato per unico
figliuolo, e Dio non volle, che sostenesse la mia vecchiezza; -- Cosimo
fu di persona pi alto di voi, e pi robusto assai; di sguardo benigno,
se non che quando lo vinceva l'ira, ne tremavano tutti; e pure malgrado
il suo impeto, le amarezze pi forti, che mi abbia apportate sono
queste: nella notte in cui arse lo _Scipione_, -- voi avrete sentito da
vostro padre il caso dello _Scipione_, -- era un vascello Francese, che
incendi nella nostra spiaggia, chi disse in que' tempi per negligenza,
chi per malizia, e veramente in quella occasione si commessero orribili
fatti, pochi salvarono le vite, il legno deserto lanciava da ogni parte
schegge, e ferramenti infocati, le artiglierie sparavano contro la
citt; quando giunse la fiamma al magazzino delle polveri parve ne
subbissasse Livorno; in quella notte d'inferno, Cosimo non si ridusse a
casa, e si rimase con molto suo pericolo a contemplare dal molo cotesto
spavento. -- L'altro dolore me lo dette nel '98, allorch vennero i
Francesi a portarci un palo, e un berretto, che chiamavano la libert, e
ci rapirono monumenti preziosi, ed averi. -- Il mio Cosimo non potendo
soffrire la superbia di uno tra costoro lo sfidava a duello; il
repubblicano non vergogn adoperare l'arme contro un fanciullo di
quindici anni, ma il figliuol mio per quello, che poi me ne raccontarono
se la cav bene, perch senza che io ne sapessi nulla, aveva imparato di
scherma; -- in cuore n'ebbi piacere, ma lo rimproverai comandandogli per
quanto aveva caro l'affetto di suo padre non ne facesse pi, alle quali
rimostranze, egli scusandosi, rispose: Che il sangue voleva la sua
parte, e chi soffriva in pace l'ingiuria meritava quella, ed altre
ancora. Per quanto le mie povere facolt lo consentivano feci educarlo
come meglio potei; tutto egli apprendeva con prestezza maravigliosa in
ispecie le lingue, e quando si part da Livorno sapeva il latino, il
francese, e l'inglese, di pi impar il tedesco, lo svedese, e lo
spagnuolo. -- Io vedeva andare con lui le mie speranze; l'animo mi
presagiva male, rimaneva solo; pure egli affermava chiamarlo in sua
difesa la patria, sospirai considerando che non avevo altri figli, e
feci il sacrificio alla patria di questo unico mio; -- io lo benedissi:
la povera Uliva, che dopo la sua morte perd alquanto del lume
dell'intelletto, univa alla mia la sua benedizione, piangendo come
piangono le madri quando si staccano da un figliuolo unico, e Cosimo
anch'egli tutto in lacrime si part sul principiare dell'ottobre 1803.
Mentre l'ottimo vecchio questi casi mi raccontava, la madre udendo
com'io mi fossi quivi condotto per iscrivere la lode del suo figliuolo
defunto, mi si accost vacillando, e con pianto dirotto prese a baciarmi
il lembo del mantello! -- Volli consolarla, e non trovai la parola.

In questa maniera Cosimo Delfante, separatosi dai suoi genitori,
giungeva a Reggio, e quivi volontario il 22 ottobre 1803, indossava la
veste del soldato. -- Egli per non era uomo da starsi lungo tempo
confuso col volgo, e infatti da una patente autentica della Repubblica
italiana io ricavo come dopo tre giorni lo creassero caporale, dopo otto
sergente, dopo ventuno al grado di sotto-tenente, lo promovessero. Nel
14 aprile 1804, il Vice-presidente della Repubblica italiana Melzi di
Eril, innamorato delle ottime qualit del nostro concittadino, desider
che col grado medesimo passasse a far parte della guardia del Presidente
nel battaglione dei granatieri; e voglionsi qui riferire le onorate
parole con le quali il suo antico superiore Foresti gli accompagnava
quest'ordine:

Il capo non pu abbastanza palesare il suo dispiacere per la perdita al
corpo di un ufficiale, a che per la sua moralit, zelo, ed intelligenza
si  distinto nei differenti gradi da lui occupati nella mezza brigata;
si compiace per di vederlo collocato in un corpo ove pi vasto campo
gli  aperto per dimostrare i suoi talenti, e non dubita, che sapr con
la sua condotta meritare la stima, e l'affetto dei nuovi superiori, e
camerata, e conservarsi cos la vantaggiosa opinione, che lascia di lui
nella seconda mezza brigata.

Esaminando le poche carte, che per fortuna avanzano di questo valoroso,
trovo una lettera del Ministro della guerra a lui diretta con la quale
gli raccomanda di trasferirsi nei _dipartimenti_ dell'Olona, del Lario e
del Serio _per accogliere que' giovani che mossi da entusiasmo volessero
militare per la patria_, e poco sotto aggiunge molto promettersi
dall'opera sua come quello, che aveva grandissima influenza per le sue
relazioni ne' mentovati _dipartimenti_, e pei suoi modi cortesi riusciva
gradito all'universale. -- Veramente Cosimo Delfante avrebbe con buone
parole persuaso i pi schivi, ma giova ripetere come la giovent
italiana non abbia bisogno d'invito per correre alle armi. -- Ricorda la
Storia come nel 1812 essendo stata imposta l'estrazione su i
_conscritti_ del _cantone_ di Chivasso _dipartimento_ della Dora nel
giorno decimo di ottobre, i giovani di Chivasso, e Varlengo
comparissero, quelli di Brandizzo divisi dai torrenti Orco, e Malone
gonfi per insolita pioggia mancassero; non era da tentarsi il guado, che
l'acqua menava gi a furia, e non si trovavano barche. -- Il
Viceprefetto saputa la cosa aggiornava la estrazione al sabato venturo;
-- appena egli aveva profferito il decreto, i giovani di Brandizzo
grondanti acqua gli appariscono davanti: -- non avevano quei magnanimi
sostenuto, che si fosse detto di loro: -- i Brandissesi mancarono alla
chiamata, dell'onore, e poich tentati diversi argomenti per traghettare
il torrente riuscirono invano, il pi robusto tra essi si lanci
nell'acqua, prese la mano al compagno, e questi a un altro, e cos
procedendo formarono una catena da una sponda all'altra, e con molto
pericolo non meno, che con gloria immortale superarono la corrente[67].
Tal era in que' tempi, e tale sar, dove l'occasione si mostri, l'ardore
della giovent italiana! --

[67] Cav. _Laugier_, _Gl'Italiani in Russia_.

Tornando adesso al nostro concittadino Delfante ho narrato in qual modo
nel periodo di pochi giorni dal grado di semplice soldato a quello di
sotto-tenente nella guardia del Presidente pervenisse. A tanto gli
valsero l'ingegno pronto, le cognizioni acquistate; adesso ardeva
distinguersi con qualche bello atto di valore, n imperando Napoleone
Buonaparte era lungamente da aspettarsi il modo.

Male comportarono gl'Inglesi la pace d'Amiens conchiusa il 23 maggio
1802, e fino da quel tempo Sheridan aveva dimostrato qual fosse
l'opinione del pubblico, intorno ai patti nella medesima stabiliti;
mandarono pertanto a lord Whitworth, ambasciatore a Parigi, perch
ordinasse al governo di Francia sgombrare immediatamente l'Olanda,
concedere per dieci anni all'Inghilterra il domino di Malta, e
Lampedosa; se no, rompesse la guerra. -- L'esercito inglese  fatto
prigioniero nell'Annover, il duca di Cambridge scampa malapena fuggendo,
l'Elettorato cade in potest dei Francesi. -- Napoleone apparecchia a
Bologna sul mare le armi per condurre la guerra nelle Isole britanniche;
al punto stesso scuoprendo le lunghe arti, sopprime ogni apparenza di
uguaglianza, e desidera dominare solo su la Francia e l'Italia.

In Francia lo acclamano Imperatore tutti, meno Carnot.

L'Italia non pu, n vuole contendergli il principato, egli prende di
sua mano la corona da gli altari; e se la cinge al capo, e reputando
fermare eterne sul capo la potenza, e la vita, esclama nell'orgoglio
dell'anima: guai a chi la toccher! Dio la tocc, Dio, che distrusse con
la corona la testa che la portava.

Adesso pensoso quel mirabile politico Guglielmo Pitt sopra i destini
della patria, volendo volgere altrove la tempesta, ordina nuova lega con
Russia, e con Austria. La Baviera sorpresa cede alle armi tedesche.
Muove Napoleone al soccorso e seco le milizie italiane, e il nostro
Delfante; seguendo le arme del _Fatale_ egli vide nemici con la
prestezza del desiderio dispersi, Ulma caduta, Vienna presa, lo
Imperatore fugato; e Russi, e Tedeschi apprestargli nei campi di
Osterlizza una nuova vittoria, nissuna forza pareva potesse resistere a
quel Terribile; dodici generali tra russi, e tedeschi spenti sul campo,
quarantacinque bandiere, centocinquanta cannoni ornarono il trionfo dei
Francesi, uno degl'Imperatori chiedeva pace, l'altro per soverchia
generosit lasciato andare. --

Cosimo Delfante oper in questa impresa prove di valore, e ne venne
ricompensato col grado di tenente. Su le pianure di Osterlizza
quantunque inebbriato dalla vittoria non obbli i cari parenti, che
stavano lontani trepidando per la sua vita, e scrisse loro del nuovo
grado, delle azioni fatte, di quelle, che statuiva di fare. -- Chiesi le
lettere al padre, ed egli mi rispose, averle distrutte preso dal dolore
all'annunzio della sua morte. -- Siccome io credo, che l'affanno di un
padre per la perdita dell'unico figlio in qualsivoglia maniera si
manifesti sia cosa sacra, cos mi tacqui sconfortato. --

A brevissima pace nuove guerre succedono. Insorge la Prussia. Vinta a
Schleitz, ed a Saalfeld, prostrata a Jena, e a Lubecca in quindici
giorni cessa di esistere quella potenza, che Federigo il Grande aveva
con tanto sangue, e con tanta politica instituita. -- Torna la Russia a
tentare la sorte delle armi, e le riescono infelici a Czarnuovo, a
Pultusk, a Calymin, e sempre; perde altri 25,000 uomini sul campo di
Eylau, oltre a 60,000 su quelli di Friedland. -- Veramente io dubito
forte, che i posteri vogliano aver fede in siffatti racconti, ed anche i
presenti gli stimerebbero esagerati dove la turba delle madri, e delle
vedove le quali tuttavia piangono, veri non glieli attestasse pur
troppo. -- Conchiusa la pace di Tilsith, Gustavo IV di Svezia ardiva
solo opporsi alla potenza di Buonaparte: a ci lo inducevano le
istigazioni inglesi, e la cupidigia dell'acquisto della Norvegia. --
Buonaparte sdegnando adoperare il suo ingegno per opprimere cotesto
avversario, manda Brune, e con Brune il Gen. Pino, condottiero delle
milizie italiane di cui faceva parte Delfante. Adesso si narra come Pino
procedendo alla volta di Stralsunda affidasse la condotta di un buon
numero di soldati al nostro cittadino ordinandogli aspettarlo in certo
luogo determinato: andava, e attendeva il Delfante; vedendo poi, che
tardava, e dubitando che se ne fosse andato oltre, s'incamminava animoso
alla volta di Stralsunda; lo raggiunse dopo alcune ore il suo Generale,
e turbato non poco pel pericolo a cui si era esposto, lo chiam incauto,
gli disse imprudente. -- Trovate dunque chi meglio adoperi prudenza di
me rispose Cosimo, e se ne andava, senonch richiamatolo il buon
generale, dolcemente rimproverandolo lo confortava a deporre lo sdegno,
e a starsi di lieto animo, ch'egli avrebbe pensato, secondo i suoi
meriti, a ricompensarlo. -- Posto l'assedio intorno Stralsunda, certa
notte il generale gli commetteva portasse l'ordine ad un suo subalterno
di avvicinare i quartieri al forte dell'armata; provvedesse ad eseguirlo
celeremente, poich quella stazione come troppo lontana, poteva da un
punto all'altro riuscire piena di pericolo. Andava Delfante, e trovato
che il superiore si era dipartito dai suoi soldati per darsi buon tempo,
egli desideroso di corrispondere alla fiducia, che in lui aveva riposto
l'ottimo Pino, con singolare perizia oper in modo, che il campo fosse
mutato. Il generale soddisfatto per quest'azione, appena n'ebbe inteso
il racconto, postagli la mano sulla spalla gli disse: Tu sei un
valoroso capitano e fino da quel punto Cosimo nostro tenne nella
milizia quel grado. -- Cadde Stralsunda, imperciocch Gustavo avesse per
difenderla la pertinacia, non l'ingegno di Carlo XII, e fu smantellata
da Brune; cadde ancora dopo pochi giorni l'isola di Rugen, e cos ebbe
fine la guerra della Pomerania Svedese.

Comincia la guerra spagnuola; guerra per la quale si conobbe quanto
possano i popoli sebbene inesperti dell'arte militare allorch abbiano
fermo di vincere, o seppellirsi sotto le rovine delle loro citt: --
ogni goccia di sangue versato per la patria produce nuovi difensori, e
quelli spenti, altri, e pi fieri risorgono finch l'oppressione non sia
superata. -- Ma da una parte non combatt sola la cupidigia d'impero; la
inquisizione soppressa, le barbare leggi abolite, gli errori o
distrutti, o diminuiti, le insolenze feudali raffrenate dimostrano come
ancora si volesse migliorare; n dall'altra fu tutto amore di patria,
ch vi si aggiunsero le ignoranze superstiziose, e le ferocie di uomini
di sangue. Ben fece Napoleone, se il suo genio lo chiamava a mutare i
destini degli uomini, a costringerli onde i beneficii della civilt
ricevessero; meglio operarono gli spagnuoli a rigettarli perch
partecipati in modo, che parevano una pena, e il benefizio per forza
trasmesso equivale all'ingiuria. Forse da ambedue le parti stava la
ragione, da ambedue il torto. Nuova, eppure a mio senno, maniera unica 
questa per considerare le storie dove l'uomo non voglia ricercare i
fatti dei suoi simili per dedurne offese, o difese a coloro, che li
operarono, sibbene ammaestramenti di esperienze per giudicare le vicende
attuali.

Il sig. cav. Laugier, nome carissimo alla gloria delle armi italiane, in
certa sua lettera scrivendo del nostro Delfante cos si esprime: Reduce
dai geli del settentrione, partiva alla volta di Catalogna, desideroso
d'imprendere geste maggiori. La battaglia di Trentapassos, quella di
Molinos del Rey, l'altra di Valz, la presa di Vique, l'assedio di
Girona, la caduta di Hostalrich, e finalmente un numero infinito di
fatti di arme levarono tra i pi distinti il nome dell'ottimo Delfante
e poco sotto, prode quanto buono, e generoso bisognava vedere con quale
tenerezza si occupasse degli amici, dei sottoposti, degli stessi nemici
tostoch cessava lo strepito della battaglia. -- Oh! quante famiglie a
cui egli salvava vita, onore, e sostanze innalzarono al cielo
fervidissime preci onde invocare la benedizione su quell'anima veramente
celeste; non v'era superiore, non compagno, non subalterno, che non lo
amasse, e lodasse. A lui davvero poteva applicarsi la divisa di Baiardo:
-- il cavaliere senza rimprovero, e senza paura. E questo  elogio con
tanta pienezza di animo gentile tributato alla memoria del compagno
defunto, da meritare, che almeno per una met ritorni in onore del cav.
Laugier. -- Il padre Giovacchino Delfante mi narrava siccome presa
Figueras il figliuol suo, capitanando una mano di soldati rimanesse
stretto all'improvviso da troppo maggior numero di milizie spagnuole, le
quali schernendo, e mostrando le armi, intimassero agl'Italiani nostri
la resa. -- Cosimo voleva animare i suoi con la voce, n, vinto
dall'ira, potendo, dava con la spada assai pi forte eccitamento, che
con la bocca; si cacci a corpo perduto nella folla, lo seguitarono i
suoi, e ne accaddero molte, disuguali mischie particolari. Ma i nemici
si addensavano su quel drappelletto di valorosi, gi molti ne avevano
uccisi, pi molti feriti; -- chiusa allo scampo ogni via. -- Delfante
volge attorno lo sguardo, e veduto in parte diradato il cerchio, si
avventa su quella, si sgombra il sentiero, e guadagna celerissimo co'
suoi una forra vicina: il nemico costretto a ridurre la fronte secondo
l'angustia del passo, perde ogni vantaggio, avvilito per le troppe morti
rallenta l'ardore,... cessa d'inseguire e il nostro cittadino cosparso
di sangue spagnuolo, e del suo, riconduce salvi i soldati al campo
italiano. Mentre cos il vecchio padre esponeva le geste del figlio, il
sangue gli si era scaldato, e gli ornava il volto coi colori della
giovent.

Meritavano queste prodezze conveniente mercede, ed egli gi fino dal
principio della guerra era stato promosso al grado di aiutante di campo
del general Pino; ora per decreto imperiale riceveva l'ordine della
corona di ferro; poco dopo la stella della legione di onore. Il cav.
Camillo Vaccani nella sua opera degl'Italiani in Ispagna rammenta
onoratamente il nostro Delfante, allorch il general Pino, circondato
dal colonnello Marsshal, su le alture dei monti Ramann fece prigionieri
1500 Spagnuoli i quali accorrevano in soccorso di Girona.[68] Narrasi
ancora ch'egli fosse dei primi a salire la breccia del forte Monjoui
presso Girona, dove dagli assaliti, e dagli assalitori furono operate
prove di prodezza inaudita.

[68] _Campagna del 1809_, p. 3.

In questa guerra spagnuola, io lo avvertiva poc'anzi, si vide fino a
qual punto estremo possano giungere o la ferocia, o l'eroismo della
creatura umana. -- Agostina da Zaragozza, fortissima vergine, fuggiti i
difensori, abbattuta la porta Petrillo, non dubita dar fuoco ai cannoni,
sfolgorare i Francesi di mitraglia, e ributtarli fuori delle mura; e
quantunque l'obbligo mi costringa ad esser breve, a me non riesce
esserlo tanto, che lasci innominata per queste mie carte l'illustre
donna Lucia Fitz Gerard condottiera della crociata a difesa di
Girona[69]. Nuove battaglie, dico, furono queste, che vado raccontando,
n da Napoleone aspettate; e' bisognava a palmo a palmo conquistare il
terreno, dispersi oggi i nemici tornavano pi infesti e numerosi domani;
il pugnale, e il veleno spensero pi vite, che non le armi guerresche;
_ed  santo ogni mezzo purch ordinato alla salute della patria_.
Ridotte in mucchi di sassi le mura delle citt, era mestieri combattere
di contrada in contrada, di casa in casa, di piano in piano; ardevano i
cittadini le proprie dimore, e le rovine, e s stessi sopra gli odiosi
stranieri precipitavano, oppure scavavano buche, vi nascondevano
polveri, e con la propria, la morte di molti nemici procuravano. Le
malattie, la fame, la dura necessit, che domarono fin qui ogni ente
mortale, non vinsero gli Spagnuoli; -- morivano, non si arrendevano.
Alvarez, comandante di Girona vicino a spirare anzich scendere alla
capitolazione dismesse la carica. Solo un dolore era comune ai vinti,
quello di non esser morti; rimproverati della feroce loro ostinatezza
rispondevano: Se volete svergognarci davvero, fateci rampogna del viver
nostro dopo che giurammo morire; mostrateci gli edifizi, che pur sorgono
illesi, non i caduti, i prigionieri non i cadaveri. -- Infelice
popolo, qual frutto ricavasti da tanti sagrifizi? Dove sono i tuoi
guerrieri? Quale hanno mercede nel riposo della patria? Come i tuoi
destini migliorasti? -- Mi valgano le parole del paterno mio amico
l'illustre generale Colletta[70]: Alvarez morto in carcere, Bleke,
Fournays perseguiti, e disgraziati: O-Donnell, sentenziato come
traditore, schiva con la fuga la morte: Ballesteros, Morillo vivono
spatriati, o prigioni nella Francia: vive in Inghilterra da fuggiasco il
prode Mina: l'Empecinado  morto sul patibolo: ed in somma dei pi
chiari Spagnuoli chi fu spento per pena, o per nuovi sconvolgimenti, chi
pi infelice mena il remo, e chi (gli avventurosi) stan liberi ma
dimenticati, e mal visti. -- Oh! chiudete il volume della storia,
troppo vi soverchiano le memorie dei misfatti, e delle sventure onde
l'uomo possa percorrerlo senza sentirsi l'anima travagliata da infinita
tristezza. -- Salomone profeta apertamente lo insegna: Non acquistate
sapienza, perch in essa si contiene altissimo affanno; non accrescete
la scienza, perch in essa  perturbazione di spirito: il ricercare per
molti libri non mena a nulla, e la frequente meditazione inaridisce la
carne[71].

[69] _Southey_, _Guerra della Penisola_.

[70] _Antologia_, n. 69.

[71] _Ecclesia._, c. XII.

Ora il mio subbietto mi stringe a raccontare altre guerre, altro dolore.
Due colossi si stringono in battaglia di morte. Pare, che potenza umana
non potesse superare il _Fatale_, perch i geli, il fuoco la fame si
unirono in lega co' suoi nemici, e allora soltanto ne rimase abbattuto,
n meno si voleva per abbatterlo. -- Nel giorno 22 giugno si apre la
impresa russa. Quante speranze affidavano la Francia! Un capitano, che
non conobbe mai fuga, un esercito provato di oltre 500,000 uomini
numeroso, generali valorosissimi; per sembravano le parole profferite
in quei tempi da Napoleone profezia del futuro:

Noi non ancora degenerammo, siamo gli stessi di Osterlizza, varchiamo
il Niemen, la seconda guerra contro la Russia sia non meno della prima
gloriosa alle armi francesi, e imponga termine alla influenza russa, la
quale da ben 50 anni turba le condizioni di Europa[72]. Napoleone
traghettata la Dwina, espugna il campo trincerato di Drissa, rompe il
nemico, lo insegue fin presso Polotosk; -- proseguendo il cammino,
valica il Boristene, vince a Krasnoie, supera di nuovo i nemici a
Smolensko, arde la citt; -- continua la via, giunge alla Moskowa. Le
storie moderne non ricordano battaglia pi sanguinosa di quella, che
s'ingaggi su i campi di Borodino; vi piansero i russi morti 30,000
soldati, 40 generali; non si contarono i feriti. Mi sia concesso
dilungarmi alquanto nella narrazione di questa battaglia, avvegnach
gl'Italiani nostri la vincessero, e Cosimo Delfante vi operasse prove
mirabili. La somma delle cose si era ridotta su certa eminenza coronata
da fortini commessi alla difesa del generale Ostermann, e divisa dai
Francesi mediante il burrone di Goriskoi. -- Augusto Caulincourt,
generale, guidando la seconda divisione dei corazzieri, con imperterrito
animo si caccia gi del dirupo; fulminato dalle batterie nemiche perde
la vita; indietreggiano i suoi. Allora il rialzo parve convertirsi in
vulcano: ne usc prima una tempesta di fuoco, poi i cavalieri russi per
calpestare i corazzieri respinti. Mentre in questa parte la fortuna
favorisce alle armi di Russia, il principe Eugenio con l'esercito
italico investe di fianco il fortino. I Russi capitanati dal general
Likaczen sostengono francamente l'assalto. Cosimo Delfante considerando
il poco frutto che si ricava da quel trarre di lontano, e l'indugio
mortale, dispone avventurare un urto disperato; accennato ai prodi
compagni, nulla badando alle schegge striscianti intorno al suo capo, si
spinge primo contro il ridotto: all'urto disperato oppongono i Russi
disperata resistenza, rifiutano i quartieri, antepongono la morte alla
resa; -- rimasero tutti miseramente trucidati. -- Likaczen, capitano
infelice non codardo, sdegnoso di sopravvivere ai suoi, si precipita tra
le file italiane cercando la bella morte, e gl'Italiani in quella
ebbrezza di sangue cupidi di vendetta gliel'avrebbero data, allorch
Delfante gridava: si rimanessero, volere il russo un duello, e a lui
appartenere per diritto. Cos dicendo lo affronta, e lo disarma.
Likaczen, fermo di finire la vita tratta una pistola se la volge alla
tempia, e qui pure Cosimo lo trattiene, e confortandolo con animose
parole, lo consigliava a vivere e gli rendeva la spada. Il principe
Eugenio lo cre aiutante comandante dello stato maggiore sul campo di
battaglia, dicendo ad alta voce: Valoroso Delfante, quest'oggi ti sei
comportato da eroe[73]. -- Vinta la battaglia di Borodino, Moscua viene
in potere dell'armata francese. Fin dove poteva salire la potenza del
_Fatale_  ormai salita, adesso sentir come siano amari i passi della
fuga, come lacrimose le vittorie peggiori delle sconfitte, come duro
l'esilio! -- Gli storici di questa impresa scrivono che meno sfortunosa
sarebbe riuscita la ritirata dove Napoleone avesse preso il sentiero di
Kalouga, e di Toula per alla Lituania, e parve che a lui pure piacesse
il disegno, e gl'Italiani con gloria eterna vincendo a Malo-Jarolavetz,
gli sgombravano i passi, ma o il destino lo accecasse, o meglio di
quello possiamo supporre noi prevedesse, ordin la ritirata a Smolensko.
Le sventure della grande armata furono descritte; qualcheduno, che le
vide, vive tuttora per raccontarle, e i popoli atterriti conoscono come
reggimenti interi abbracciatisi per ischermirsi dal freddo durante la
notte fossero contemplati alla mattina vacillare, e cadere senza, che se
ne rilevasse pure uno; udirono le genti come gli umani cadaveri
servissero a mantenere il fuoco per riscaldare i mal vivi, e questi
piegarsi avidissimi su quelle orribili fiamme, e venire al sangue onde
ributtarne gli accorrenti, finch spinti sovr'esse mentre studiano
fuggire la morte minacciata dal gelo, muoiono miseramente abbruciati:
tali e pi tremende sventure ascoltammo, s che i tormenti dell'inferno
di Dante ci parvero fievole immaginazioni a confronto di queste verit.
-- Il 13 di novembre 1812, l'esercito d'Italia ridotto a 5000 ordinati,
e due volte tanti tra donne, infermi per malattia naturale, o per
ferite, ed altra gente di ogni maniera, lacerati senza posa ai fianchi,
e alle spalle dai cosacchi, giungeva a grande stento su la sponda del
Wop; due mesi prima era ruscello, adesso spaventoso torrente, vollero
costruirvi un ponte co' legni delle case vicine, ma quelli, che vi si
erano riparati, mostrarono contrastarle col ferro; tentarono traghettare
i cannoni carreggiandoli su le acque gelate; il ghiaccio si ruppe,
cannoni, e cannonieri sprofondando scomparvero per sempre; frattanto il
giorno declinava, il freddo si faceva pi intenso, i cosacchi impazienti
di strage e di rapina ingrossavano. Gli artiglieri italiani, quantunque
presso al morire desiderano rallegrarsi il cuore con una qualche
vendetta, e abbandonati i bagagli si ritirano; sopraggiungono le torme
dei barbari, stendono le mani alla preda... una traccia di polvere
accesa dai nostri artiglieri appicca il fuoco ai cassoni delle munizioni
di guerra; -- rapitori, e rapine vengono con miserabile eccidio
sbalestrati per aria. -- Animoso, non utile conforto; nuovi cosacchi pi
inferociti di prima tornano all'assalto. -- Di su, di gi, come finsero
gli antichi cantori dei dannati lungo la sponda dell'Acheronte andavano
i nostri per la riva del Wop, ponevano un piede per iscendere e non si
attentavano; que' ghiaccioli taglienti, le acque grosse, l'altra sponda,
lontana atterrivano i pi forti; in questa le minaccie dei vincitori, e
gli urli dei vinti cresceano, e si udiva all'intorno un suono di pianto,
un gemere confuso, un invocare, e un imprecare il cielo, un chiedere, e
non trovare soccorso, che rifiniva il cuore di acutissimo spasimo. -- Il
Vicer pensoso non sapeva a qual partito appigliarsi; -- leva gli occhi,
e guarda fisso Cosimo nostro; questi intende qual cosa gli domandasse il
buon principe col guardo, dacch con la voce non osava manifestargliela,
si trae il cappello, lo agita in segno di sicurezza, e si lancia nel
fiume; molti come lui avventurosi toccarono la riva opposta, molti non
la toccarono; -- ma senza Cosimo Delfante sarebbero morti tutti[74].

[72] Proclama alla Grande Armata del 22 genn. 1812.

[73] _Laugier_, op. cit.

[74] _Sgur_, _Histoire de la Grande Arme_, l. IX, c. 13.

Mi avvicino a descrivere la morte di questo valoroso. Correva il giorno
15 di novembre, quando il principe Eugenio con alcuni dei suoi si
dilungava da una torma di gente disordinata, infelice residuo
dell'esercito d'Italia; all'improvviso lo circondano molte migliaia di
Russi capitanate dal generale Miloradowitch, e gl'intimano la resa; --
la gente, che seguitava Eugenio facendosegli intorno lo scongiurano ad
allontanarsi finch n' tempo, salvasse gli avanzi dell'armata, ella
penserebbe di per s stessa alla sua salute; repugnante, Eugenio
abbandona quel pugno di prodi, raggiunge i suoi, ed ingaggia battaglia
su i piani di Krasnoie. La colonna dei fuorviati rimasta priva di capo
si ordina sotto il tempestare delle palle nemiche, e composta in
drappelli serrati d dentro alle file dei Russi; erano 1500 contro 15 e
pi mila nemici; -- questi pensando, che volessero deporre le armi,
aprono la fronte, e li lasciano entrare; quindi vedendo com'eglino non
si disponessero a nessun atto di ossequio li pregano a dimettere ogni
tentativo di resistenza; rispondevano combattendo; sdegnosi i Russi li
fulminano con tutti i cannoni; meglio di mezzi cadono, gli altri
continuano; i Russi sia maraviglia, o terrore non osano toccarli, ed
essi orribilmente laceri si riparano entro le linee italiane, le quali
gli accolsero con altissime grida di gioia. -- Ora i Russi inseguenti
l'armata d'Italia appoggiano la destra a un bosco, la sinistra alla
strada maestra. Eugenio studiando di sgombrare il cammino oppone la
seconda divisione alla sinistra dei Russi, la prima alla destra, nel
centro mette la guardia reale, la divisione Pino in riserva, gli
sbrancati si celano in certe macchie dietro l'ala destra del generale
Pino. -- I cavalieri russi dnno la carica; respinti dai nostri composti
in battaglione quadrato cominciano a sfolgorare con la mitraglia, e
gl'Italiani di tutto manchevoli mal potendo rispondere a que' fuochi,
soffrono gravissimi danni. -- Eugenio si affanna a provvedere, e spinge
la seconda divisione contro il fianco destro del nemico, ma oppressa da
un fuoco terribile e da una cavalleria numerosa, si ripiega anch'ella in
battaglione quadrato. Rimasta per siffatta maniera scoperta la sinistra
della guardia reale, i dragoni di Kargonpoll e di Moscou si sforzano
romperla; ributtati aspramente non replicano l'assalto. Il Vicer
favellando agli ufficiali circostanti domandava a chi di loro con
alquanti de' pi valorosi desse il cuore di procedere lungo la strada
maestra, per raccogliere la prima divisione. Si offriva volenteroso
Delfante, e seco lui 200 spontanei. Quasi presago esser coteste le sue
ultime, oper prove di stupendo valore; lanciandosi con quel
drappelletto contro la foga dei cavalieri russi li trattenne, e convert
la battaglia in molti combattimenti a corpo a corpo; ferito nella tempia
non si rimosse, n fece sembiante di dolore, o di terrore; continuando
la mischia venne di nuovo ferito sul ginocchio, e sebbene la virt
vitale per la perdita del sangue appoco appoco in lui si estinguesse,
non pareva che pensasse a posarsi. Un generoso Francese, il signore di
Ville-Blanche, vedutolo tutto sanguinoso lo tolse per le braccia, e
facendogli forza lo trasse in disparte per fasciargli le piaghe. --
Sopraggiunse Eugenio, e chiamatolo a nome lo conforta a darsi coraggio:
Altezza, risponde Cosimo, io mi sento morire, vi raccomando la mia
famiglia. -- Compiute appena le parole, una palla di cannone gli rompe
le spalle, e spicca la testa dal busto al Ville-Blanche. Il vicer si
allontanava smarrito, i duecento compagni del nostro eroe morirono
tutti, ma prima di cadere, nel sangue dei nemici lo vendicarono. --

Dove giacciono le ossa di Cosimo Delfante, onde se qualche suo patriotto
pellegrinasse in quelle remote contrade invochi sopra di loro la pace
dei forti? -- La pianura di Krasnoie  grande, e va ingombra d'infinite
altre ossa; eppure alle sacre reliquie manca, o Italiani, non solo
l'onore del sepolcro, ma nessuno tra voi ebbe fin qui anima potente a
diffondere su que' campi di gloria la luce del canto.

O Italiani, non amate voi vostri morti? L'inno della lode tacer dunque
pei defunti perch questi non dieno n speranze, n doni? -- Sovente
per il turpe lusinghiere del vivo null'altro consegue dalla sua vilt
tranne una speranza delusa, mentre il celebratore dei morti nel
compartirla altrui acquista fama. Pochi furono gl'Italiani scrittori i
quali di conveniente elogio placassero le ombre dei nostri defunti, la
qual cosa dimostra quanto vada ingombra la mente dei troppi di paura, e
di vilt, quanto nei pochi sieno grandi e l'amore, e l'ardire; --
benefizio estremo, che la fortuna o il destino concedono alle nazioni
cadute di condensare le virt antiche della massa del popolo in alcuni
magnanimi, quasi scelti custodi di un deposito sacro; io poi non sono un
magnanimo, ma nel mio cuore arde una fiamma di vita, e non temo con
forti accenti rilevare le glorie dei nostri valorosi; -- e felice la
patria quando la lode dei trapassati non vorr considerarsi come
esperimento d'immaginare arguto, o di ornato scrivere sibbene come
ufficio cittadino. -- Veramente a noi non dovrebbe esser mestieri
l'andare con tanto studio ricercando le geste dei nostri guerrieri se
pi fosse stato generoso quel popolo di cui abbracciammo la causa; --
sconoscente! ei rifiut far menzione dei nostri, egli usurp le nostre
glorie[75]: italiano, e non francese fu il soldato il quale mezzo
sepolto dalla neve nelle lande di Russia nessun'altro pensiero ebbe
presso alla morte se non quello di porre in salvo la stella dei prodi,
che acquist combattendo sul campo di Vagria: popolo sconoscente!
dimenticando, che noi col nostro sangue ti acquistammo potenza, e onde
meglio ci gravasse il giogo francese pugnammo con mani italiane
poich[76] il _Fatale_, quantunque nato di questa terra temendo nella
nostra libert il tuo servaggio neg di rompere le antiche catene, tu
applaudisti al sussurro poetico di uno tra i tuoi il quale, seguitando i
canti del fanciullo Aroldo, come la iena i passi del leone, os chiamar
noi _polvere di uomini!_[77]. Oh! Aroldo si beava nel sorriso del cielo
italiano, e gem considerando, che cuopriva una terra addolorata, e quel
suo gemito ci consolava di un secolo di sventura. -- Barbaro straniero,
che insulti l'angoscia solenne di un popolo caduto, possano le tue
parole tornarti amare su l'anima quanto la maledizione di tuo padre
moribondo. -- Or non  molto, quasi in ammenda di tanto delitto mosse da
quel paese una voce di conforto, e di lode a noi infelici Italiani,[78]
ma la piaga fatta dall'orgoglio alla sventura non cos di leggieri
risana. Tenete per voi la lode, e l'oltraggio, noi n quella curiamo, n
questo: _Il giudizio dei posteri veglia severo su le colpe dei popoli, e
noi fidenti ci commettiamo a quel giudizio._

[75] _Laugier_, op. cit.

[76] _Rponse  Walter Scott, par le comte de St.-Leu._

[77] _Lamartine_, _Dernier chant de Childe-Harold_.

[78] _Revue Franaise, Art. sur l'Italie._

Ora nuovamente mi  dolce volgermi a voi, giovani fratelli: -- vedete
l'onore italiano come vilipeso! -- Sentite qual ne corra bisogno di
provvedere alla fama nostra! -- una gente, che altra volta chiamammo
barbara, come esempio di barbarie ci addita. -- Siate grandi! -- n mi
rispondete: -- che giova affannarci? non hai tu scritto, che gli uomini
saranno sempre infelici? -- Ma io ho scritto ancora, che voi potrete
diventare potenti; -- e le mie parole erano di dubbio; -- assuefatto a
dubitare di tutto per fuggire la pena di un sistema, pensate voi ch'io
volessi assumere la parte dell'Apostolo del male? -- Operiamo
magnanimamente, non ci curiamo del fine: -- forse l'antico agricoltore
non pianter l'ulivo perch le sue mani non ne raccorranno il frutto? --
E forse io lessi male le pagine della storia; -- e forse l'affanno in
cui andava sepolto il bel fiore dei miei anni giovanili mi fece temere
ov'era sicurezza; -- chi sono io perch mi crediate come a Profeta? --
Non vi sar compagno nel sepolcro? -- Sia adunque con voi anche quella
speranza, che la natura doveva avermi compartita; -- e dove la piet dei
superstiti, fornito questo terreno pellegrinaggio pel quale ho gi
stanche le membra, mi credesse degno di una lapide, che mi distingua dal
volgo dei morti, possano i figli felici stender la mano su quella
lapide, e dire: Egli ha mentito. Essi per non oltraggino la mia
polvere, perch se il decreto di mutare quelli, ch'io riputava destini
si fosse dovuto scrivere col sangue, io avrei dato il sangue, e del pi
puro del mio cuore -- e se a me, come a loro fossero corsi favorevoli i
tempi, avrei forse agli antichi canti di questa nostra terra aggiunto
nuove melodie, e la gioia avrebbe afforzato l'ale dell'alta fantasia,
mentre ora di giorno in giorno s'illanguidisce nell'amarezza, e nel
dolore.




                                ROMAGNA


Quando ideammo la _Giovane Italia_, le sorti della Romagna pendevano
incerte. La nota presentata alla segreteria di stato di Gregorio XVI, la
sera del 21 maggio 1831 assicurava agli stati pontificii riforme che
costituissero un'era _affatto nuova e felice_. -- La corte romana dava
invece illusioni e frodi, o minaccie. Ma le popolazioni forti del loro
dritto, e d'una promessa europea avevano assunta una attitudine energica
e deliberata, che avrebbe fruttato un miglioramento qualunque, se
l'intervento d'una forza brutale non avesse troncato a mezzo le speranze
autorizzate dalla diplomazia. -- Il popolo dall'impeto d'una
_rivoluzione_ caduta era passato ad una _opposizione_ parziale che non
varcava i confini di ci che i gabinetti chiamano _legalit_. Il Papa
esauriva tutte l'arti d'una politica perfida per suscitarlo a moti
dichiaratamente rivoluzionarii. -- Ma il popolo s'avvedeva dell'inganno
e non si dipartiva da un sistema d'azione lenta e pacifica, ch'escludeva
ogni intervento straniero.

Allora, noi avevamo in animo d'esporre in un quadro esatto la condizione
di Bologna e della Romagna: i diritti che la espressione del voto comune
avea posti in luce: le inchieste fatte, e non contrastate: e le vie che
rimanevano alle potenze perch la rivoluzione inevitabile un d o
l'altro scoppiasse meno sanguinosa e irritata dalla intolleranza d'una
parte e dalla impazienza dell'altra.

Era un tributo che si pagava per noi ad una illusione di giustizia
politica, che non esisteva se non nell'anime nostre. Guardando alla
importanza della questione che s'agitava, guardando all'utile che
sgorgava innegabilmente da un sistema di concessioni progressive, unico
sistema che valesse a indurre una pace che i governi invocavano primi,
guardando ai patti giurati, alla promessa sancita da una conferenza di
ministri europei, ai principii banditi da una nazione grande a un tempo
ed avida di tenere il primato della civilt, noi cedevamo ad una
speranza, ad una lusinga che non fosse spenta ogni generosit nei
popoli. -- E per il linguaggio nostro era volto ad ammaestrarli delle
condizioni nelle quali era posta una gente insorta per eccesso di
tirannide, caduta in fondo per troppa credulit, schernita da quei
medesimi, che l'avevano accarezzata di lusinghe mortali. -- Ci
travolgeva un errore; e ne abbiamo rimorso; per che siamo a tale di
sventura e d'esperienza nel passato che oggimai ogni errore  delitto.
Questo errore noi lo scontammo amaramente; e il grido dei nostri
fratelli scannati nel nome di Cristo dai soldati del pontefice a
Ravenna, a Cesena, a Forl, ci suona tremendo all'orecchio come un
rimprovero. -- La diplomazia europea non vide nei reclami legittimi d'un
popolo mille volte deluso che un pretesto all'intervento straniero. Le
baionette tedesche ci recarono solenne risposta. -- Quattro potenze
dichiararono nulle e intaccate di ribellione le pretese, ch'esse alcuni
mesi prima aveano dichiarate giuste e fondate. Quattro potenze diffusero
colle loro minaccie il terrore sovra una moltitudine inerme, incerta e
divisa -- poi, quando lo stupore ebbe spento anche quel poco entusiasmo
suscitato da una contesa civile -- quando l'oro ebbe stillata la
seduzione ne' ranghi dei cittadini -- quando il mutamento improvviso
ebbe scemata colla differenza delle opinioni la forza della concordia --
le potenze diedero il segnale, e dissero alle bande romane: _ferite il
cadavere._ -- Quattro mila soldati del pontefice s'affacciarono da un
lato, dodici mila tedeschi dall'altro. -- I nostri erano 1603!

Cos doveva essere. -- Maledetto colui, che fida in altri che in se
medesimo!

Noi lacerammo lo scritto. -- Ogni sillaba ci pesava sull'anima come una
condanna -- e da tutto quel cumulo di conghietture, da quelle parole di
pace, da quella luce di speranza vilmente concetta, e stoltamente
nudrita, sorgeva un grido: guai a chi si commette alla fede dello
straniero! le illusioni della vittoria si convertono per lui in
derisioni d'inferno: i frutti ch'egli immaginava cogliere colle altrui
mani, si tramutano in cenere, come i frutti del lago Asfaltide. Oh! non
impareremo mai nulla dalle nostre sciagure? Non impareremo mai, che lo
schiavo non ha per s e che il proprio braccio, e il proprio diritto?
Noi calchiamo una terra la cui polvere  polvere d'uomini venduti dallo
straniero. Non v' pietra di tomba, non v' rovina di monumento che non
ci parli una delusione, che non c'insegni un tradimento de' potenti che
ci sedussero alla confidenza per coglierci alla sprovveduta. E non
faremo senno mai della lunga vicenda?

Noi lacerammo lo scritto -- per che non avevamo mestieri di snudare
agli oppressori la infamia loro, n volevamo levar la voce a
giustificarci della sommessione apparente. Le infamie sono palesi, e la
vera giustificazione d'un popolo oppresso  quella, che si scrive col
sangue degli oppressori. N maledizione, n gemito. -- Poi che non
abbiamo saputo maturare il tempo della vendetta, soffriamo in silenzio:
stiamo soli colla nostra rabbia: pasciamoci di furore muto: non lo
sperdiamo in lamenti, che nulla fruttano --  tesoro, che dobbiamo
custodire gelosamente -- beviamo tutto il calice amaro: forse un giorno,
quando avremo esaurite l'ultime stille, frangeremo quel calice.

Perch, a chi rivolgerci? -- ai governi? cos' per essi il gemito d'una
gente tradita? Son cinque e pi secoli, ch'essi trafficano di noi come i
mercanti de' poveri negri. Son cinque e pi secoli, ch'essi non guardano
in noi che come in materia di negoziati e di protocolli. -- Alle
nazioni? -- le nazioni stanno pei forti -- e noi non lo siamo: le
nazioni non hanno finora simpatia per la sciagura, ma per l'attitudine
dello sciagurato, scendono nell'arena talvolta a soccorrere al
gladiatore morente senza batter palpebra -- e noi finora -- convien
dirlo e arrossire -- abbiamo levata la mano prima di averla adoperata
sul nemico. -- Da esse ci verr forse un compianto sterile e breve. Che
giova il compianto? Hanno pianto anche sulla Polonia. Hanno pianto,
mentre un ministro d'un popolo libero ne decretava la perdita come pegno
di pace. Ma quel pianto ha forse risparmiata una goccia sola del sangue
dei prodi? Quel pianto ha forse fecondata di nuovi difensori la polvere,
dove cadevano i primi? -- Lasciate star quella polvere! non agitate il
lenzuolo de' morti! -- Possono esse le vostre lagrime rianimare il
cadavere?

Un giorno, quando convinti della onnipotenza d'un popolo che vuole
rigenerarsi davvero, noi ci saremo levati di dosso la vergogna e
l'oltraggio, alzeremo la voce, e narreremo a' popoli, che allora ci
stenderanno la mano, l'arti adoprate del tedesco voglioso d'un nuovo
dominio, per trascinarci a insurrezioni brevi, e non concertate -- e
l'armi somministrate perfidamente, poche per la difesa, tante da
invogliare gl'incauti ad osare -- e l'oro diffuso a promuovere le
divisioni tra le guardie civiche e le moltitudini -- e le proteste di
pace fatte ad illuderci, e illudere un popolo vicino, mentre un proclama
pubblico imponeva la mossa alle truppe straniere -- poi le predicazioni
furibonde de' preti che rinnegano ogni santit di ministero: le calunnie
versate nell'orecchio delle ignare popolazioni: le stragi commesse sopra
gente inerme, e tranquilla, preparate con astuzia, e bassamente
scolpate. -- Quel giorno, verr, per che nessuna forza pu far
retrocedere il secolo, e i delitti di sangue si scontano nel sangue -- e
allora noi potremo narrar queste cose, e documentare la storia delle
nostre sventure, senza astio, senz'odio, senza rancore per la inerzia
delle nazioni, perch noi vagheggiamo da lungi la fratellanza europea, e
serbiamo dentro tanta potenza d'amore da affogarvi molti secoli di
memorie. Ma ora, fresche ancora le piaghe, calde le ceneri dei caduti a
Forl, noi non potremmo rivolgere la parola allo straniero, senza che un
alito d'ira la facesse amara, e sdegnosa, senza che un fremito di deluso
vi scorresse dentro a convertirla in suono di maledizione. Per, abbiamo
risolto tacere per tutti, intorno agli ultimi eventi -- per tutti,
fuorch pe' nostri.

E ai nostri, traviati sovente ne' loro giudizi dalle menzogne, che i
governi italiani astutamente diffondono, giover ridire, come dagli
ultimi fatti della Romagna debbano trarre conforto a sperare ed osare,
anzich scoraggiamento, o terrore. Giover convincerli, che gli ultimi
fatti travisati da' nostri padroni a trarne un tentativo di rivoluzione
assoluta, per millantare d'averla vinta una seconda volta non furono in
sostanza che conseguenze d'una discussione municipale, d'una questione
pi civile, che politica, questione che n si doveva n si volle
sostenere coll'armi dalle moltitudini, per che la Romagna contempla,
anzi i fati italiani che i propri! -- e non pertanto quel pugno di
giovani, raccolto in armi, subitamente assalito, era tale, che i
pontificii disperavano vincerlo, se non lo atterrivano colla minaccia di
quattro nazioni, e colla mossa dell'Austriaco. Giover mostrar loro i
due vantaggi che sgorgano da que' fatti, il primo riposto nella
coscienza che ogni italiano pu trarre dalla lotta durata dalle
legazioni contro la oppressione papale; della unione universale in un
solo voto di libert; l'altro, che deriva dalla complicazione delle
differenze che regnano tra gabinetti, aumentata dalla nuova occupazione
tedesca e in oggi dalla francese. -- E noi ne parleremo forse
distesamente nel secondo fascicolo della _Giovine Italia_, dacch in
questo non possiamo per l'angustia dello spazio.

Ma i nostri concittadini della Romagna veglino da forti, e accolgano la
voce de' loro fratelli, che noi qui esprimiamo: vegliate, ed unitevi:
ritemprate il vincolo dalla concordia nel servaggio comune: non vi
lasciate sedurre a divisioni fatali da vanit meschine, da rancori di
municipio. Strignetevi nella comunione della sventura: santificatevi nel
pensiero della vendetta; per che la vendetta della patria  santa di
religione, e di solenne dovere. E sopratutto non fidate nello straniero.
Non fidate nello straniero, che vi reca speranze nuove, poich v'ha
travolto nel precipizio: ritrarre il ferro dalla ferita, poich s'
immerso fino all'elsa, muta forse il feritore in proteggitore? Non,
fidate nello straniero, che oggi sommover i soldati del pontefice a
trucidarvi per ottener vanto il domani d'averli frenati, o puniti. Non
vi lasciate sedurre da quell'arti: non vi lasciate adescare da quel
finto sorriso.  il sorriso dell'assassino sulla sua vittima.
Ricordatevi dei vostri padri. Ricordatevi che quei ferri, ch'ora
s'ostenta di stendere a serbare intatto l'ordine pubblico, e a tutela
degl'individui, hanno tal macchia di sangue fraterno, che veglia fra il
tedesco, e voi, come un decreto di Dio tra l'innocente e lo scellerato.
-- Curvate la testa, poich i fati lo vogliono, sotto il giogo
abborrito; ma frementi, vivi nell'odio, e col sospiro a quel giorno, che
dar moto in Italia al grido d'Unione, d'Indipendenza, e di Libert.

                                                          _Un Italiano._

    _P.S._ -- La occupazione francese, accaduta dopo scritto
    l'articolo, complica gravemente la questione politica: la
    complica di tanto, che forse a sciorla non varr che la spada. E
    non pertanto noi non vogliamo cancellare parole dall'ultime
    linee dello scritto. L'Arti diplomatiche, e le paure de'
    gabinetti possono rimovere _momentaneamente_ le nuove speranze.
    Nuove combinazioni possono differire lo scoppio degli odi
    celati, e giova, non obbliare come il ministero Perier  il
    ministero della pace _ tout prix_, e come la esistenza sua 
    stretta a questa pace, mercata finora l'Europa sa come. Chi
    decise la occupazione, commise un errore contro il proprio
    sistema; le conseguenze possono uscirne prepotenti, ed
    irreparabili; ma gl'Italiani, noi lo ripetiamo, hanno a fidare
    in s, non in altri.

                                  ----



 _Un cenno ad onore dell'estinto PIETRO COLLETTA,_ benemerito italiano,
   gia' tenente-generale, e ministro della guerra a Napoli, nel 1821.


    Natur clamat ab ipso vox tumulo.


Ciascun giorno che si perde fra gl'immensi spazi del tempo,  per
l'Italia cinto di funereo lume; ciascuna contrada di quella miseranda
terra vede biancheggiare le ossa d'immensi martiri sacrificati
all'onnipotenza di un dispotismo contro del quale alzarono la voce, ed
osarono proclamare il diritto degli uomini: tutta la penisola che
dall'Alpi al mare siciliano si estende sembra un vasto sepolcro, ove tra
i gemiti de' traditi, e l'aggirarsi d'ombre squallide, tremenda
s'innalza la tirannide de' principi e de' sacerdoti, e degli stranieri.
-- Da ogni regione Italiana sorge eziandio un grido lugubre che chiede
vendetta pel fiore de' suoi figli caduti sotto la scure, o spenti fra
ceppi, o finiti in doloroso esilio, pel solo delitto di avere amato la
patria...; o se qualche generoso, accostando la mano alle tombe di quei
trapassati osasse rimuoverne le ceneri, udrebbe un sol fremito dai monti
al mare, ascolterebbe da ogni avello invocar la vendetta, -- imperocch
vendetta chiedono quei che caddero nelle provincie napolitane, e
piemontesi, per aver dato fede alla parola dei Re, ed innalzati al sommo
impero due principi nutriti nel lezzo delle corti, e noti in Europa per
la sola infamia del tradimento: vendetta parimenti dimandano coloro che
un ministro di pace, mutato in carnefice di oltremontano sire, spegneva
sullo rive del Tevere, e nell'ubertosa Romagna: -- vendetta, fu l'ultima
voce de' morenti di Modena e di Sicilia: e vendetta infine invoca la
spoglia di Pietro Colletta, gi consunta per tiranniche persecuzioni, --
e del quale alla memoria io discorro breve cenno; e il discorso, non pur
depositato sul suo tumulo come fiore che abbellisce le urne degli
schiavi, -- ma qual pegno di animo libero ad uomo libero tributato, ma
quale invito a futuro riscatto.

Nella citt di Napoli, di Antonio, avvocato, e Maddalena Minervino,
nacque Pietro Colletta, nel 1780: ad una vivacissima infanzia tenne
dietro un'ingegnosa giovinezza, passata fra i profondi studi della
scuola militare di quella capitale: e quando la patria salut l'aurora
di una repubblica (che si spense quasi sul meriggio) pria l'annoverarono
i patrioti fra le loro fila come officiale d'artiglieria, -- e poscia
l'ebbero a compagno della proscrizione che una corte sleale fulminava,
ad onta de' patti giurati e garantiti dai rappresentanti delle prime
potenze d'Europa: -- indi, mutatesi le fortune ed i tempi, e cacciati i
Borboni nell'ultima Sicilia dalla spada di Bonaparte, perveniva il
Colletta ai sommi onori civili e militari, e vi perveniva non senza fama
d'intelligente amministratore e di sagace militare. -- Nominato
Intendente nelle Calabrie, Consigliere di Stato, Tenente-generale dello
scientifico Corpo del genio, e Direttore generale di ponti-e-strade;
mostrossi sempre, qual era stato nella modesta giovinezza, cio,
affettuoso con gli amici e coi propinqui, amorosissimo della patria, e
protettore de' talenti. -- Cadute poi l'armi dei Francesi, -- e
ritornati i Borboni a ricalcare i troni abbandonati per vilt, e
riottenuti per opera straniera, disponevasi il Colletta a girsene in
volontario esilio, sapendosi quanta e quale fosse la fede de' reali di
Napoli; ma non glielo permettevano quei principi, che allora fingevano
vezzeggiare i liberali, -- che anzi il destinavano al comando della
divisione territoriale di Salerno. -- Assumeva quell'impegno il
Colletta, e con franchi accenti consigliava il ministero di secondare il
voto de' popoli che gi chiaro appariva per ottenere una Costituzione
tante volte promessa dall'esule Ferdinando; e poich quei consigli non
spiacevano ai ministri (o almeno il dicevano), riteneva il comando, e
sperava di essere un giorno veramente utile alla patria; ma quando
ritornavasi a quella ferocia, ch' il primo attributo dei Borboni, ed
esigevansi persecuzioni e rigori da ogni capo-politico o militare contra
i liberali, pria che contaminarsi e prestarsi ai voleri del dispotismo,
deponeva ogni pubblica cura, e ritornava alla vita privata per
continuare placidi studi che gli dovevano essere un giorno di conforto
nell'esilio.

Pacifico e ritirato egli se ne viveva dunque, quando si appressarono i
nembi; -- n cariche occupava, allorch udissi l'accento della
rigenerazione sulla vetta di Monteforte -- accento al quale risposero
tutte le provincie del regno, -- e che fu poscia ripetuto su i santi
evangeli da un re, sulla tomba del quale pesa la maledizione de' popoli,
e 'l giudizio della Storia. -- Infranto in quella guisa il dispotismo,
ricomparivano i benemeriti cittadini ai pubblici ufficii, e con essi
riedeva il Colletta al Corpo del genio; indi ne andava Comandante
supremo delle armi nella Sicilia, e finalmente sul finir del gennaio
veniva chiamato al ministero della guerra; -- n in tutti quegl'impieghi
esercitati, smentiva le antecedenti pruove date alla patria; -- soltanto
era anch'esso aggirato nella cabala che il Principe-Vicario ord onde
ingannare un popolo, il quale fidente ed ingenuo, erasi abbandonato
nelle sue mani, e che tardi comprese quanta simulazione e perfidia
allignasse nel cuore de' Borboni.

Mancate le promesse, -- calpestati i giuramenti col sussidio del Capo
della chiesa, e ritornato il Re colle austriache bandiere, dilettavasi
il Principe-Vicario di scoprire al truce Canosa quei che credendo nella
sua lealt, i veri sentimenti di patriottismo gli aveano svelati; -- n
fra coloro fu risparmiato il Colletta: egli era reo di amare la patria:
il principe adunque lo designava a Canosa, -- e quel sicario della
legittimit lo condannava senza verun processo, pria alla prigionia di
sette mesi, e poscia ad un perpetuo esilio nella gelida Moravia: in vano
un cadente genitore reclamava il figlio, -- in vano i fratelli
chiedevano, che davanti ai giudici si esponessero le sue colpe, -- tutto
fu negato; -- ei part per la Moravia, ed ivi rimase due anni ad
attingervi il germe di quel funesto morbo che il trasse a morte. --
Deposto egli dunque nell'esilio ogni pubblico pensiero, volgeva sovente
lo sguardo alla patria desolata, e desiava darle l'unico conforto che
rimane all'esule, -- quello di scrivere i suoi mali; -- e questo
pensiero mandava ad effetto, allorch, stabilitosi nella gentile
Firenze, addicevasi a scrivere le Napoletane Storie dai tempi di Carlo
III fino ai nostri giorni, e per fortuna dell'Italia compiva il lavoro
pria di morire: e noi diciamo per fortuna, poich in esse sono
registrate le pagine fedeli delle turpitudini e de' delitti consumati
dai re e dai sacerdoti pel giro di 50 e pi anni. -- Questo lavoro, che
tanti affetti destava nello scrittore, -- che tante memorie richiamava
al travagliato suo animo, consumava il di lui corpo, e gi sin dall'anno
1829, ei mostrava nelle sparute gote non lontano il suo fine: allorch
le fasi del 1830, e le persecuzioni del Governo Toscano che di nuovo
esilio il minacciava, accrescevano le sue sofferenze, e quasi a spettro
vivente lo riducevano, ed ei trascinavasi appena nel cammino della vita,
quando in sull'alba del 12 novembre 1831, compivasi la sua carriera, e
spirava col pensiero alla patria, agli amici, -- ai congiunti.

Udivasi allora un sol gemito fra la giovent Toscana, che a loro padre
l'aveano: coprivansi di mestizia i volti de' dotti, che loro socio
l'ebbero nelle letterarie ricerche; ne ripeteva la fama il merito e la
perdita, -- gareggiavano Pisa e Livorno per accordare alla sua memoria,
i funebri onori: ciascun Italiano affrettavasi di offrire un tributo
alla virt perseguitata: e un amico ancora (il generoso Capponi, che
nominiamo ad onore), offriva la tomba de' suoi padri, e raccoglieva i
resti inanimati di un chiarissimo uomo, -- d'un virtuoso cittadino, -- e
di un vero Italiano. In ogni contrada dunque della pi colta provincia
italiana compiangevasi il termine immaturo dell'illustre esule; ogni
cuor generoso ne sentiva l'affanno: -- solo i despoti sorridevano: -- e
mentre l'ipocrita governo Toscano instruiva un processo contro l'immensa
giovent intervenuta ai funerali, rallegravasi la corte di Napoli,
lusingandosi entrambi, cio, l'uno che le sue mascherate prepotenze, non
si scoprissero, -- sperando l'altra che la Storia non divenisse di
pubblica ragione, tanta ignavia per loro e pei discendenti vi ravvisano.
-- Ma, noi proscritti, -- nel giurar la vendetta de' nostri perduti
fratelli, e nel pronunziare la lode sul loro sepolcro, smascheriamo
l'ipocrisia del dolcissimo imperare Austro-Toscano, ed imploriamo nel
tempo stesso dagli amici dell'estinto Colletta la pubblicazione di una
Storia, nella quale stanno scritte a carattere indelebile le note infami
de' nostri re; e noi erranti senza patria, traditi, venduti, lo dobbiamo
all'Italia, avida di conoscere le nequizie de' potenti che la opprimono;
-- lo dobbiamo infine allo stesso Colletta, -- ai suoi sofferti
travagli, -- al suo cenere, che un giorno commisto a quello di tutt'i
martiri poseremo sull'altare della patria, ed all'ombra di quel vessillo
tricolore che dovr sventolare un giorno dall'Alpi all'Etna, ed
innalzarsi glorioso sulle ruine degli scettri, de' troni, delle tiare e
delle corone.

                                                      _Gio. La Cecilia._




                          LA VOCE DELLA VERIT


Un giornale, pubblicato in Modena, intitolato _la Voce della Verit_,
conteneva in data de' 17 gennaio, nel numero 70, un articolo, del quale
ci piace riferire alcuni brani.

L'articolo incomincia con queste parole:

_Un'empia associazione s' formata in Marsiglia del rifiuto e della
feccia degli emigrati italiani, la quale impudentemente si d il titolo
di_ Giovine Italia. _Essa non accetta nel suo novero, che quelli i quali
son nati entro il secolo corrente... ond'esser certa che il fuoco della
giovent spinta alle colpe dall'esempio e dai dommi di una et corrotta
e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza di disinganno. Essa
ha per primo scopo quello di non risparmiare spesa alcuna e pericolo
personale per portare di nuovo in Italia il fuoco della discordia, e
della rivoluzione; essa ha per secondo quello di pubblicare un giornale
e diffonderlo nella nostra bella Penisola, il quale serva alla
Propaganda Infernale, e susciti di nuovo alla rivolta ed al
sangue................................_

_Noi compiangiamo la rovina ch'essi vogliono trarre sul loro capo e
sull'altrui. Intanto rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perch
si sappia che la_ Voce della Verit _raccoglie il guanto, che costoro
gettano all'Italia, e che combatter le inique loro dottrine. Entrino
essi nel campo: noi stiamo mantenitori della lizza. Operino essi in
segreto; noi in pieno sole, e con alzata visiera._

L'articolo cita i nomi de' pretesi capi dell'intrapresa -- e tra questi
il nome di chi scrive queste linee.

Noi non avremmo insozzate le nostre pagine ricopiando coteste infamie,
se non ci fosse sembrato di rinvenire in esse la migliore testimonianza
delle nostre intenzioni, e del nostro dritto. Due gioje concesse Iddio
agli uomini liberi sulla terra: il plauso de' buoni, e la bestemmia de'
tristi -- e quando noi sacrammo anima, vita e braccio alla patria,
guardammo davanti a noi, n curammo di voci che si levassero dal fango a
insultarci, o di pericoli che ci venissero da' nemici alle spalle.
Giurammo a noi stessi silenzio -- e non moveremo parola d'ora innanzi
contro le mille accuse, e basse calunnie che ci lancieranno dietro que'
vili, la cui penna, come il corpo della meretrice, si vende a chi pi la
compra. Tra noi ed essi la lizza  troppo ineguale; n gli uomini liberi
s'hanno ad avvilire scendendo a discutere coi carnefici. -- Bens, prima
di procedere sulla via, giova forse rompere una volta almeno il
silenzio, ond'altri non lo interpreti siccome paura. E d'altra parte,
chi pu vedersi davanti la impudenza villana, e non maledirla? -- Chi
pu passare dappresso al calunniatore coperto, e non dirgli: tu se'
noto: rimanti infame e per sempre dinanzi agli uomini, e a Dio?

Uomini del Canosa, e del Duca! -- non v'illudete. Non tentate ridurre
ne' confini angusti d'una associazione segreta, d'un consorzio privato
il voto universale in Italia contro di voi -- contro la tirannide, che
promovete -- contro i delitti co' quali la puntellate. Non impicciolite
lo spirito di progresso, che vi minaccia, attribuendolo a pochi
individui. Il decreto della vostra rovina vien d'alto: vien dal secolo,
che v'incalza, vi preme, vi mina per ogni lato: viene dall'intelletto,
che ogni anno sviluppa, commove, suscita contro le vostre teoriche di
sommessione abbietta, e d'ineguaglianza: viene dall'odio alla tirannide
ch'esercitate tremenda contro ogni classe, che ponete a luce deforme in
ogni atto della vostra vita, che non tentate velare neppure colle cure
date alla prosperit materiale de' vostri sudditi. Quante sono le vostre
vittime? quante sono le famiglie che gemono sul destino d'un caro
proscritto? quante sono le madri, che balzano ne' sogni davanti alla
sembianza d'un figlio prigioniero, o spento per voi? quanti sono i
volti, che impallidiscono d'ira repressa al vedervi? -- Numerate que'
volti, quelle madri, quelle famiglie; perch ognuno di que' volti vi
rivela un nemico, ognuna di quelle madri vi scaglia un anatema, ognuna
di quelle famiglie  un centro di congiura contro di voi. Avete
sagrificata la virt, che v'era rimprovero, negletto o perseguitato il
merito, che paventavate nemico, usurpato il frutto de' suoi sudori
all'agricoltore colle dogane, co' dazi, colle ruberie de' processi -- e
cercate la espressione de' pericoli, che v'accerchiano in una _forma_ di
fratellanza? -- Avete manomessa l'opera della creazione, avete travolta
nel fango la immagine di Dio, avete convertito in casa di pianto il
giardino della natura, punita la parola, inceppato il core ne' suoi
moti, tormentato il pensiero -- e vi perdete a dissotterrare i vostri
nemici all'estero -- e proferite tre nomi?

Uomini di Canosa, e del Duca! -- Napoleone ha segnata a Sant'Elena la
vostra sentenza -- e chi siete voi per durare tiranni dopo Napoleone? Il
gigante de' secoli  caduto davanti all'urto della opinione -- e voi
vorreste reggervi in faccia ad essa? -- voi, forti soltanto della nostra
discordia? -- E seguite -- struggete -- mozzate alcune teste di martiri:
rinasceranno a migliaia -- spegnete i forti d'una citt -- verranno
dall'altre -- ardete le case: edificatevi un trono sulle rovine: regnate
sovra deserti. -- Oh! non v' Dio? -- non v' il rimorso? -- non lo
sentite? -- non lo vedete simboleggiato fin nei volti di satellite che
v'errano attorno? -- e quando, la notte, fra i sospetti delle tenebre,
fra i terrori del silenzio, ricorrete al passato, o v'affacciate al
futuro, -- oh! dite, dite -- non intravvedete voi il rimorso? l'ultima
visione del passato, e la prima dell'avvenire non  forse la immagine
del tempo, che vi numera l'ore?

L, dovete rivolgere le vostre forze. L -- ne' vostri delitti, e nel
tempo che premia, e punisce,  la _Giovine Italia_, che voi temete!

Da quaranta anni voi combattete questi uomini liberi, che affettate di
disprezzare. -- Da quaranta anni avete lanciato lo spionaggio, la
baionetta straniera, il carnefice contro questa che voi chiamate
fazione, setta, congrega di pochi iniqui, _feccia e rifiuto_ degli
uomini -- avete troncate le fila presunte -- avete immolati i pi
ardenti tra essi -- e v' forza ricominciare ad ogni ora -- e v' forza
confessare che perdete terreno: che i _ribelli_ aumentano ogni d pi:
che l'epoca  _corrotta, e corrompitrice_. Dieci anni addietro, cinque
anni addietro l'Europa era vostra: ed ora avete perduto il Belgio,
minacciato il Portogallo, la Germania, l'Italia. -- _E compiangete la
nostra rovina?_ -- Oh! tenete il compianto per quella dinastia in oggi
errante in cerca d'asilo, sulla quale fondavate tutte le vostre
speranze. -- Abbiate almeno la ferocia del leone ne' suoi ultimi
momenti, poich la generosit non potete. -- Mostratevi a nudo,
mostratevi con tutto il furore che v'agita, con tutta la sete di strage,
che vi governa. Ma non versate calunnie, alle quali nessuno d fede: non
ritorcete in noi, in noi caduti finora per dare al mondo lo spettacolo
delle rivoluzioni come noi le avevamo concetto, pure, innocenti,
pacifiche, l'accusa di delitto, e di _sangue_. Sangue! -- Assassini di
chi v'ha salva la vita, il sangue d'Andreoli, di Borelli, e di Menotti
v'affoga!

Noi trascorriamo -- e sar l'unica[79] volta -- in un linguaggio che non
 il nostro; ma il sangue si precipita nelle vene all'udire coteste
accuse, al pensare in che mani  caduta la nostra Italia. Oh! l'anima
nostra era un sorriso per tutte le creature: -- la vita s'affacciava
alla vergine fantasia come un sogno d'amore; e i moti pi concitati del
nostro cuore erano per la bella natura, per la donna, ideata ne' primi
anni giovenili, pel genio de' grandi trapassati. -- Chi ci ha messa la
parola dell'ira sul labbro, se non essi, gli oppressori delle nostre
contrade, i tormentatori de' nostri fratelli? -- Chi ci ha rapita[80] la
met della esistenza, chi, se non essi, ci ha stillato l'odio
nell'anima? -- L'odio! ci  tale incarco, che vorremmo deporlo, anche
colla vita, se fosse nostra. Ma le teste de' nostri fratelli ci stanno
innanzi sanguinose, e l'ultime voci loro ci affidavano un tale deposito,
che nessuno pu rinnegare senza delitto.

[79] [_Scritti_, ecc.: _ultima_].

[80] [_Scritti_, ecc.: _rapito_].

Ed oggi che noi alziamo la voce, in nome di tutti, oggi che noi tentiamo
pagare parte almeno del nostro debito, gli scrittori della _Voce della
Verit_ ci accusano di operare in segreto, e millantano di combatterci
_a visiera levata_. -- A visiera levata! S; colle baionette d'intorno,
e il carnefice a fianco. -- A visiera levata! -- e chi s'attentasse di
serbare in Italia alcuna, di queste pagine, sconterebbe l'errore con una
vita di dolore. -- A visiera levata! -- Oh! noi l'alzammo la visiera:
noi ci levammo davanti a voi nella potenza della virt, e della fede: ci
levammo grandi di amore, e di[81] confidenza delle moltitudini, che
c'intendevano -- e i troni, le tirannidi, e voi sfumaste al nostro
grido, per ch'esso era il grido dei milioni conculcati, il grido di Dio
che v'avvertiva dell'iniquit vostra -- e fuggiste vilmente -- e
mendicaste la spada straniera a rifarvi il trono, che soli eravate
impotenti a reggere; ma noi abbiamo, poich'altro non potevamo,
suggellata la nostra fede sul palco: abbiamo sagrificati gli affetti che
fanno cara la vita al pensiero che Dio c'impose -- ed oggi, proscritti,
innalziamo la nostra voce -- e segniamo -- e voi -- voi vi ravvolgete
nel velo dell'anonimo!

                                                              _Mazzini._

[81] [_Scritti_, ecc.: _della_].



                    SOCIET DEGLI AMICI DEL POPOLO.


Quando la rivoluzione di Luglio diede speranza agli uomini buoni, che il
tempo fosse giunto in cui ogni cittadino chiamato ad esercitare una
parte di sovranit,  in obbligo di contribuire co' lumi, col braccio, e
col senno allo sviluppo progressivo d'un sistema di libert, e alla
educazione nazionale, alcune riunioni si formarono a Parigi, ed altrove,
che a poco a poco acquistarono carattere di Societ popolari. Erano
unioni d'uomini giovani, che s'erano da gran tempo affratellati nella
comunione degli studi, dell'amicizia, e delle operazioni. Avevano
cospirato insieme contro la tirannide di Carlo X, dal momento in cui
s'erano avveduti della impossibilit di transigere, e che a rovesciare
la forza non valea che la forza. Avevano combattuto insieme nelle tre
giornate, quando Parigi non avea che un grido, e la bandiera tricolore
risuscitava le glorie della rivoluzione. Ottenuta la vittoria, il primo
loro pensiero fu quello di custodirla, e vegliarne i frutti; e bagnati
ancora di sangue, bruni di polvere e di fumo si costituirono di mezzo
alle barricate, trono popolare, amici, ed educatori del popolo. Certo:
il loro mandato non era meno valido di quello che allegavano a
impadronirsi della rivoluzione gli uomini d'una camera eletta prima, che
la nazione avesse ritirato il mandato, e risolto di far da s: formata
sotto la influenza del potere caduto, votata da Collegi elettorali
sedotti dalle trame ministeriali, o atterriti dalle baionette, giusta
leggi coniate della dinastia fuggitiva. Quello _degli amici del popolo_
era mandato segnato col sangue del popolo e il popolo un d o l'altro se
ne sovverr.

In diritto, la riunione d'un certo numero di cittadini ad oggetto di
discutere i mezzi migliori per provvedere al buono stato della nazione,
non  delitto. Sotto l'impero d'una costituzione, che accorda ad ogni
cittadino il diritto di _pubblicare_ le proprie opinioni, la
soppressione delle societ pubbliche , in tesi generale, una
illegalit. La stampa non  che una forma di pubblicazione: la parola
costituisce l'altro. Or chi direbbe la parola dover essere pi serva
della stampa? e donde trarre ragione di differenza in faccia alla legge
tra una societ che parla, e una societ che stampa?

Per noi, il principio d'un governo libero  uno, le applicazioni sono
moltiplici. Il diritto _individuale_ si stende, socialmente parlando,
fin dove incomincia il diritto altrui. I diritti politici de' cittadini
si stendono fin dove incomincia una violazione de' diritti politici
d'altri cittadini, una perturbazione nell'ordine pubblico. Se una forza
sottentra a interporsi fra questi due termini, prima che siano giunti a
un contatto di collisione, non v' libert. La possibilit che da
siffatte riunioni insorgano quando che sia inconvenienti, non basta a
discioglierle. Il principio di prevenzione, logicamente applicato, e
dedotto con tutte le sue conseguenze, trascinerebbe con s il diritto di
sospendere ogni libert pubblica, o individuale, senza motivo. Adottate
il principio nella sua estensione: voi precipitate nell'assurdo.
Ritenetelo in certi confini, e vietatelo in altri: eccovi ricaduto
nell'arbitrio; voi confidate un potere indeterminato al potere
esecutivo: voi lasciate ad esso la scelta de' casi ne' quali conviene
usarne; chi v'assicura della sapienza dell'uso? Il governo sopprimer in
oggi una societ, pericolosa davvero; chi vieter che domani i suoi
satelliti non ne sciolgano una innocente, e virtuosa? -- La giustizia,
in uno stato ordinato con leggi stabili, non previene, reprime. La
riunione pone in pericolo la cosa pubblica? o commette azioni dichiarate
colpevoli? -- Punite le azioni: vegliate la condotta di que' cittadini:
intervenite, pacificamente quando vi pare ch'essi stiano presso a
traviare: convinceteli cogli stessi mezzi di pubblicit. Fino a quel
punto, stanno per voi diritti, e doveri. Pi oltre d'un passo, sta la
tirannide. In fatto, la Societ degli _Amici del Popolo_, non pose,
sembra, in pericolo la cosa pubblica, n commise azioni colpevoli in
faccia alla legge, dacch la legge non la colp. Disciolta violentemente
dal governo, appoggiato sopra una disposizione legislativa pugnante
coll'insieme dei diritti sanciti dalla rivoluzione, e riprovata da' suoi
organi stessi dinanzi alle Camere, la Societ si giov dell'altro mezzo
di pubblicit a esporre i suoi pensieri alla Francia: cotesti scritti
sono appunto quei che hanno dato moto al giudizio, dalla cui discussione
 tratto il discorso, che noi qui pubblichiamo; e questi furono
dichiarati innocenti; la condanna severa pronunciata contro alcuni degli
accusati,  desunta dalle difese parlate all'Udienza, non dagli scritti
citati in causa. Le opinioni, e gl'insegnamenti della Societ non erano
dunque tali, che la legge, anzich proteggerne l'espressione, dovesse
punirla. La condotta del Governo, sciogliendo la Societ, fu dunque
illegale.

Comunque, la Societ fu disciolta. Gli _Amici del Popolo_ hanno credenza
repubblicana; e que' molti, che confondono ancora la repubblica colla
scure del terrore, senza avvedersi che il _terrore_ non fu se non
conseguenza della guerra, mossa alla Francia da' nemici della
repubblica, plaudirono al governo. Bens la opinione traviata dalle
calunnie insinuate contr'essi, s' corretta di molto dopo il processo,
finito pochi giorni addietro. I quindici repubblicani tradotti in
giudizio, stettero davanti a' loro giudici, come accusatori, anzich
come colpevoli. Trelat, Raspail, Thouret, Blanqui, e gli altri esposero
candidamente il loro simbolo, le loro teoriche, i loro voti. E noi
abbiamo creduto far cosa utile alla nostra Italia, esponendo una di
queste arringhe, pronunciate colla coscienza, della verit, e colla fede
dell'avvenire. Siamo a guerra dichiarata, e giova, che tutti gli uomini
liberi simpatizzino gli uni cogli altri.



  DISCORSO PRONUNCIATO DA RASPAIL, PRESIDENTE DEGLI AMICI DEL POPOLO.


................ S: ogni qualvolta voi condannate un patriotto, il
popolo v'annovera fra i complici dell'usurpazione di que' padroni che a
principio chiamavansi nostri eguali, di quegl'ipocriti, i quali si
vantavano repubblicani e democratici per giugnere pi agevolmente alla
_quasi legittimit_, e pi tardi corruppero con mani impure la croce di
Luglio ponendola sul petto a quattrocento indegni, l'uniforme della
Guardia nazionale, assoldando fra le sue file colle croci d'onore, colle
indennit, persin col salario quindici mila ligi per lo meno al potere.
Infatti, osservate come dal Luglio 1830, appena una dell'arti loro 
svelata essi ne sostituiscono un'altra. Se la Guardia nazionale rifiuta
aderire ad alcune pretese, essi cercano corrompere, ed ubbriacare i
soldati, perocch il francese nell'ebbrezza soltanto pu rinnegare
l'onore. Ed allora sotto gli occhi del vostro re, il sangue francese
bagn le lastre del Palazzo Reale. Io m'arresto a quell'unico fatto che
Carlo IX solo potrebbe invidiare: quest'unico fatto pu far tacere per
un momento le rimembranze di Menotti, della Spagna, dell'Italia, e di
Varsovia, di questa sorella della Francia, che la Francia, o per meglio
dire, gl'ingrati che la governano, hanno tradita nelle mani dei
carnefici stranieri; e il ferro dei carnefici stranieri ci minaccia
tuttora da lungi ad onta di concessioni tanto crudeli. Eccovi, signori
giurati, i fatti de' quali vi fate complici, allorquando voi condannate
gli scrittori che li manifestano. Oggimai v' di mestieri aprire gli
occhi: il popolo vi accusa d'una colpevole solidariet, -- respingetela,
separatevi da questi uomini che fanno traffico de' vostri giudizj,
separatevi dai diplomatici speculatori frodolenti, i quali han posto il
trono sopra una banca, la Francia nel fango... Via questi intrusi, e la
loro infamia. -- Cittadini francesi, cessate d'essere i loro complici.
-- Essi lo sanno che voi pure nel profondo dell'anima nodrite, siccome
noi, un senso di dispregio, e d'ira contro di loro. -- Il sangue, che vi
corre nelle vene  sangue francese, e voi non potreste sentire
diversamente. Ma i Borboni son razza astuta, e da quindici anni si
giovano per ogni via della nostra credulit a soffocare le vostre
simpatie. Per cenno loro s'urlava nelle strade quel grido: i patrioti
vogliono reazioni: anelano alle vendette. I repubblicani cercan di
rinnovare il 93! Tremate, tremate, se non giugnete a schiacciarli.

I repubblicani non anelano il sangue del 93, donde trarlo oggimai? Essi
non richiedono che le sue istituzioni modificate secondo i bisogni
dell'epoca attuale. N io m'avvilir ad accertarvi che i repubblicani
abborrono la devastazione, ed il saccheggio. Qual banchiere, agente
politico, o speculatore fraudolento oserebbe pronunziare siffatta
bestemmia contro il popolo del 1830? Venga -- io non risponder che
volgendo le loro borse lorde del soldo ch'essi rapiscono a milioni al
povero popolo che poi opprimono di calunnie.

Vi hanno detto, che noi bramiamo la caduta dell'attuale governo, --
v'hanno detto il vero. Noi bramiamo la caduta d'un governo dato alla
nazione dai Dupin, dai Guizot, e da un centinajo di deputati egualmente
venali: d'un governo, che finora non fu riconosciuto che dalle
deputazioni d'impiegati o d'aspiranti a cariche, quando non si voglia
interpretare a segni d'adesione le insurrezioni di San Germano
d'Auxerre, ed altre, la vittoria dei Lionesi, e le mille sommosse, che
scoppiano successivamente in tutte le parti della Francia. Noi bramiamo
la rovina d'un governo di fatto che ha logorate in Francia tutto le
molle di gloria, e di libert, che curva a piedi delle nazioni la patria
per ottenere una pace a prezzo d'infamia: che distrugge a proprio
profitto l'industria, ed il commercio: che a comprimere il popolo
richiama nelle file dell'esercito i regali gi vinti dal popolo, ed
appunta i cannoni di Montmartre contro Parigi, cos ubbidiente finora
alle sue inique pretese: infine un governo, che semina col tradimento
tanta sciagura da ridurre quasi il popolo illuso a piangere quella
dinastia, che mandataria dei re stranieri govern a loro nome per
quindici anni la Francia, dopo aver combattuto vent'anni contr'essa nel
campo dell'inimico.

Ma noi non cospiriamo: noi vogliamo illuminare le masse, sottoporre i
nostri consigli al popolo sovrano, porci in somma alla testa
dell'influenza per seguire il movimento. Non punite oggi un diritto
riconosciuto da voi medesimi colla vostra adesione alla rivoluzione dal
1830.

Ho rispinta la calunnia,  tempo ch'io parli alcune verit; v'esposi ci
che non vogliamo, udite ora ci che vogliamo. Se la vostra opinione sta
contro alla nostra, confutatela, ma non ci condannate, per che a nessun
uomo quaggi fu dato il diritto di porre a tortura colle accuse, colle
prigioni, colle ammende un uomo onesto per diversit d'opinioni.

                                  ----

La _Societ degli Amici del Popolo_ ebbe origine dalle barricate: tutti
i suoi primi membri aveano combattuto, ed i pi appartenevano all'estesa
tela de' carbonari per ben quindici anni sostenitori della lotta contro
la restaurazione a prezzo del loro riposo, delle loro sostanze. Autori
immortali d'una incontaminata rivoluzione ne invocarono tutte le
conseguenze, e stettero in armi, quando seppero, che pochi aggiratori
usciti da un giorno da' nascondigli, ove la paura gli aveva cacciati,
s'annodavano intorno a un uomo venuto fuori da' suoi tranquilli giardini
a manomettere insieme la pubblica libert, e profittare d'una
rivoluzione fatta senza l'opera loro.

Ma il libero dire, ed il coraggio furono vinti dall'oro, e dalla
corruttela: i nostri sforzi si rimasero sterili: una camera senza
missione racconci una costituzione, ed elesse all'improvviso un re. La
trama poteva sciogliersi col sangue. La Societ prefer l'armi
dell'influenza, e della persuasione. Il potere, che in allora dava
principio alla sua carriera di delusioni, fece nascere una sommossa di
vili diretta da' suoi assoldati, e la Societ, avendo in orrore la
guerra cittadina, rinneg per quel giorno la sua potenza, si raccolse in
un asilo inaccessibile al pubblico, d'onde pi tardi ragionava col
popolo per mezzo della stampa. Ora pi che mai, ve ne accerto, la
Societ anela a quanto voleva in allora.

O ricchi, porgete orecchio alla nostra dottrina: io la ridurr a somme
formole. Le leggi sinora furono coniate a vantaggio d'un potere
usurpato: il popolo non v'ebbe parte che a guisa di pecora da tosare. Le
meno inique tra quelle leggi trasudano ancora lo spirito aristocratico.

Le imposte accresciute ogni anno dalla monarchia pesano esclusivamente
sull'infelice proletario che vende i suoi generi in proporzione degli
oneri, che li gravano. Io non vedo il popolo, che lavora, rappresentato
n alla camera, ne ai tribunali. L'oro, l'oro solo regola ovunque la
capacit elettorale. L'ignoranza, patrimonio del povero dalla culla,
l'accompagna al campo di battaglia, dove spende la vita per una classe
meno prode, o per un uomo pi astuto. Povero popolo! tu dopo la
vittoria, tutta tua veramente, contempli ancora con ebbrezza la tua
libert di cui altri fa traffico, e la tua gloria, di cui altri
s'adorna.

Eppure il popolo nacque al ben essere materiale; eppure la natura
beneficandoci della vita non dannava alcun uomo a perire nella miseria.
Il suolo della Francia coltivato con cura pu bastare ai bisogni, ed
anco ai capricci di 60 milioni d'abitanti. In oggi tra noi non si
contano che 32 milioni, e i due terzi muoion di fame: dunque si sprecano
le risorse. Ecco il male: come rimediarvi? Questo  il problema: a noi
fa d'uopo d'un sistema politico in forza del quale non esista in
Francia, un solo infelice che nol sia per colpa propria, o per vizio di
conformazione originale. O ricchi, aiutateci a sciogliere questo
problema: voi dovete avervi, credetelo, maggior interesse del povero,
che in silenzio divora gl'insulti profusi dal vostro egoismo.

Ges Cristo credeva trovarne la soluzione nell'ebbrezza delle illusioni
della speranza; ma il nostro clima  meno poetico, e noi abbiamo
carattere pi positivo, bisogno pi forte di reale. -- Per la morale di
Cristo produceva sav in Oriente, e fra noi ha generato quasi sempre
ipocriti. La monarchia stanc per quindici secoli a sciogliere cotesto
problema tutte le risorse della pi astuta diplomazia; -- il suo sistema
rovin per sempre nell'89. La repubblica espose il proprio: lott sei
anni coll'Europa congiurata a suo danno pria di farne l'applicazione,
dacch il Direttorio non ne diede che un breve saggio alla Francia. --
Un Genio lo soffoc nel suo nascere, e compose un sistema misto
d'eguaglianza repubblicana, e di fasto monarchico: magica, ma perfida fu
la luce onde quel sistema fu splendido, e lo trascin colla bella patria
sua sotto il giogo di piombo dei re vinti un tempo da lui.

Allora risorse la monarchia pura col corteggio del diritto divino, de'
titoli ereditari, della _quasi feudalit_, quasi a convincere vieppi la
Francia della sua impotenza a fronte dei bisogni d'un gran popolo. La
Francia la struggeva col suo seguito: la Francia ha cancellato il
vecchio sistema, ma la pagina  bianca, -- la Francia ha da scrivervi
ancora.

La questione s'agita tutta in oggi davanti all'Europa: da un lato, la
monarchia cinta de' suoi vizi, e dei suoi seidi: -- dall'altro sta il
popolo con una disperazione che cova grandi disegni, guardando al
selciato delle sue strade. O bella Francia! quanto dolore ingombra il
tuo volto. Oh! i tuoi nemici gelosi stanno a' confini guardandoti con
gioia segreta! Qual tempesta  quella che pende sul capo tuo? Ah!
maladetto l'empio il quale a sbramare una sordida avarizia, e sostenere
un perfido sistema invoca la procella. Muoia il traditore, sopratutto se
porta nome di re. O popolo sovrano, affrettati, riprendi lo scettro ch'
tuo, e noi detteremo le leggi. Tu solo puoi bandirle giuste, e rette,
perch tu solo puoi conoscere le tue risorse, e i tuoi bisogni.

E per noi teniamo l'intima convinzione, che il popolo quando il
despotismo organizzato non comprimer il suo entusiasmo, e non illuder
il suo patriottismo, stabilir egli stesso i seguenti principj, e noi
avremo il d dopo la soluzione del problema.

Ogni cittadino francese ha il diritto eterno, incontrastabile di
concorrere alla elezione de' suoi magistrati, de' capi della guardia
nazionale, e de' mandatari a' quali  commessa la rappresentanza del
popolo nel Congresso, che redige le leggi, e vota le imposte.

Ogni cittadino francese giunto all'et di venticinque anni  soldato,
dove un forte motivo non coonesti la sua esecuzione, dove il voto de'
suoi concittadini non lo chiami ad altri uffici. I pericoli dello Stato
modificano i quadri dell'esercito: alla sorte, e all'elezione 
riserbato il compirli.

Tutti gli uffici civili, scientifici, e militari saranno affidati per
concorso, o per elezione. Il giur dei concorsi  nominato da un giur
primario, e questo  formato dai cittadini competenti. La lista dei
giurati definitivi  determinata dalla sorte all'apertura della
sessione. Da questo punto incomincia l'inamovibilit degli uffici;
tuttavia un giudizio richiesto dalle parti interessate pu romperla.
L'eredit de' titoli  follia: quella degli uffici usurpazione. I soli
rappresentanti del popolo hanno il diritto di nominare il potere
esecutivo: la sua missione spira dopo alcuni anni. Il membro, se il
potere esecutivo  in mano di molti, o il presidente se  in mano d'un
solo, finita la loro missione, ritorna privato, n pu essere rieletto
che scorsi dieci anni.

Non pi accumulamento di pensioni e di beneficii: le retribuzioni degli
uffici hanno ad essere modiche.

Perch dovrebbesi seppellir vivo sotto le rovine delle _Tuilleries_,
quel cittadino che richiedesse la povera Francia di 14 milioni per
mantenere la vita.

Ogni affare contenzioso, civile, militare, politico e scientifico, verr
sottomesso ad un giur competente, a una specie di giudizio d'arbitri,
ed il magistrato, perduto per sempre ogni potere inerente alla sua
dignit, non interviene che a dirigere la discussione, e provvedere
l'esecuzione della sentenza.

Non pi i giudici in causa propria avranno l'imprudenza di vendicare le
ingiurie personali.

La stampa  libera in tutta l'estensione della parola. La legge punisce
le sole ingiurie alla morale pubblica, e all'onore de' cittadini
innocenti.

La libert individuale  inviolabile. Non v' sentenza che possa
rapirla, quand'essa non minacci di grave pericolo tutta la societ.

La pena di morte, il marchio d'infamia, e la confisca sono abolite. La
prigione debb'essere una scuola di buoni costumi e non una tortura: il
prigioniero otterr la remissione della pena col lavoro e la buona
condotta. Insomma la giustizia non si vendica pi, n infama; protegge e
migliora.

Non pi cariche venali nella magistratura. Camere di magistrati a spese
dello Stato faranno le veci dei tabellioni, e procuratori pagati dalle
parti; quindi il retaggio della vedova, e dell'orfanello non sar pi
divorato dall'ingordigia, dalle formule forensi, e da' riti di
processura. Un giur composto d'operai, e di capi-lavoro e presieduto
dai magistrati stabilir la tariffa de' prezzi al minimo dei lavori,
onde l'opera dell'esecutore, e l'intelletto dell'inventore abbiano la
dovuta parte nel guadagno che risulta dalle vendite.

Nessuno deve chiedere invano lavoro per guadagnarsi la vita: lo Stato
provvede all'operaio senza lavoro, qualunque siasi il suo mestiere.
Gravar d'imposte gli oggetti necessari  furto, gravare il superfluo 
restituzione. Quindi l'abolizione delle imposte dirette, e personali,
perch alla fin dei conti, esse pesano soltanto sul povero. Il sistema
delle imposte progressive, stabilito bens sovra basi tanto saggie, che
l'applicazione non serbi alcun carattere di legge agraria. Ogni
monopolio  vietato; all'agricoltura, all'industria e al commercio
s'aspettano gl'incoraggiamenti speciali del Governo, e punizioni severe
frenano i venditori di mala fede.

L'insegnamento  libero; lo Stato veglia attivamente alla moralit degli
educatori. Ma un giur composto di padri di famiglia ha solo il diritto
di scegliere le persone destinate ad adempiere questo ufficio. Ogni dolo
di speculazione concita la severit delle leggi. Amministrazioni dello
Stato, polizia, finanze, aggiudicazioni, imprese, tutto si compie
apertamente, senza mistero, e davanti agli occhi del popolo.

Queste sono le principali basi della dottrina, la cui applicazione ci
sembra dover somministrare la soluzione del problema, concedendo alla
Francia un governo a buon mercato senza corruttele, e senza seidi, un
governo favorevole allo sviluppo delle facolt morali, e fisiche
dell'uomo.

Allora finirebbe ogni pericolo di rivoluzione, perch non vi sarebbero
usurpazioni: ogni miseria, perch non vi sarebbero monopoli: ogni
possibilit di lesioni perch non esisterebbero privilegi.

Certo: adottando cotesto sistema avreste Repubblica. Ah! direte, la
Repubblica  impossibile in Francia! il primo saggio non riusc felice.
Che? non fu che un saggio, e retrocedete? Oh! noi siamo oggimai al
settantesimo saggio della monarchia -- e _l'ultimo  il pessimo!_ Come
non disperare? come non rovesciare un sistema contro al quale grida lo
sdegno, la delusione di quindici secoli?

Noi abbiamo cercato propagare queste dottrine pubblicando gli scritti
popolari, che in oggi sommettono alla vostra inquisizione. Noi abbiamo
voluto parlare al popolo: hanno voluto impedire al popolo che ci
ascoltasse. Hanno trattato noi, come seduttori, il popolo come un
fanciullo: il popolo raccoglieva avidamente i nostri stampati: la
polizia s'impadroniva de' poveri venditori, che traevano da quegli
opuscoli la sussistenza delle loro famiglie; il d dopo questa deforme
polizia facea vendere essa pure, e impunemente nelle strade dei libelli
sozzi di scurrili calunnie contro i patriotti pacifici, ch'essa
tormentava. O pudore pubblico! la polizia s'arroga sola il diritto
d'insegnare al popolo, d'educargli lo spirito, e il cuore!

La prova sta, dic'essa, nel diritto ch'io ho d'immergervi nelle carceri,
-- e l'ha fatto. Ma sei mesi di prigione non bastano alla sua collera:
essa esige altri sei mesi dal vostro giudizio. La nostra pazienza
stancher questo potere di fatto; ma n le sue carceri, n le ammende
stancheranno noi: noi sfideremo quest'armi come abbiamo sfidato i suoi
assassini assoldati e i suoi libelli.

Abbiamo a compiere una grande missione: noi la compiremo, se 
necessario, per altri quindici anni sul banco delle Corti di giustizia.
La compiremo sull'orme di quelle giovani vittime della libert, il
sangue delle quali grida vendetta qua dentro. La compiremo sotto la
scure della tirannide, perocch la nostra  pi che missione:  un culto
sacro,  un fuoco che abbrucia,  l'amore dell'umanit. Ora il potere
prosiegua: confuti le nostre teoriche colla prigione, colle catene,
colle ammende, mentre sotto l'egida dell'impunit, il forense aumenta i
suoi illeciti guadagni, il capo d'ufficio divide coll'impresario, il
commissionario cogli uomini del potere, finalmente, il segretario di
Stato d marito alle sue Frini vendendo gl'impieghi. Un potere ladro, ed
imbecille per un solo grido venuto dal fondo della coscienza riversi
pure sul capo del giusto, che lo proferisce tutta la collera che
dovrebbe rovesciarsi pure sul carlista che si cela ne' ranghi della
guardia nazionale; e sul sergente di citt, che col favor delle tenebre
ha intinto il suo ferro nel sangue de' nostri concittadini. Prosiegua:
il pi lieve pretesto basti a tenerci sei mesi sotto un'accusa, mentre
una donna contro la quale stanno terribili probabilit, e gravi
sospetti, gode di tutta la sua libert, direi quasi, esulta del suo
trionfo, pendente ancora il giudizio di sangue. I nostri fratelli siano
lasciati al gemito della fame, e del freddo nelle carceri, mentre questa
baronessa sfoggia la sua veste rossa nei balli della corte, che non
serba neppur tanto pudore per rifiutare i frutti per lo meno equivoci
d'un'adultera compiacenza. Tutto questo  naturale, perocch tutto
questo  monarchico.

Ma noi che non assistiamo ai balli di corte, noi che non offriamo al
guardo d'un re poc'anzi repubblicano i nostri abiti rozzi ma immacolati,
noi che non curviamo il ginocchio davanti ai cosacchi, n abbiamo
tradita la causa dei popoli, noi che abbiamo le mani pure d'ogni bench
menoma frazione dei 25 milioni prodigati in quest'anno dai traditori ai
venali: ah! noi siamo colpevoli. -- Condannateci, condannateci se siete
servili al potere. Condannateci, ma non isperate cangiarci. Bens
cercate un popolo diverso da quello del 1830, per chiedere la ricompensa
dovuta a tali atti. Perocch il popolo, che punisce collo spregio,
rimunera colla stima, -- e non  alla pubblica estimazione che aspirano
gli autori di siffatte condanne[82].

[82] Il cittadino Raspail fu condannato alla prigione ed all'ammenda
     unitamente a' suoi fratelli di opinione e di accusa. Bens assolti
     come _amici del popolo_, furono condannati per le arringhe
     proferite nella difesa. La contraddizione de' giudici, che
     dichiararono innocente la credenza degli accusati, e colpevole lo
     sviluppo di questa credenza, rimarr ne' fasti della magistratura
     francese del 1832, in un col giudizio, che intervenne nella causa
     Dumenteuil, giudizio in cui le pretese della intolleranza cattolica
     furono rinnovate a fronte delle leggi civili, de' dogmi politici
     dello Stato e dell'incivilimento del secolo XIX!



                                 1831.


    Crescit in adversis virtus.


Ed era pur l'anno che al suo cominciar prometteva la per secoli invocata
rigenerazione de' popoli! Ed era pur l'anno in cui l'ora al dispotismo
fatale dovea scoccare! Perch trascorse fecondo in avvenimenti, ma non
rispose ai voti ardenti della razza umana? Come and egli a confondersi
nel prodigioso numero di quelli che l'uomo ci mostrano nell'obbrobriosa
schiavit ancora sepolto? Corse egli intero sottraendosi alla legge
possente del progresso? Fu irreparabilmente esso perduto per la santa
causa della Libert?

Riposi qualche istante il desiderio inquieto di leggere nell'incerto
avvenire e volgiamoci ad esaminare impassibili se il 1831 respinse o
sospese il movimento progressivo politico, o se bench lentamente, lo
secondava.

Riscossa la Francia dal sovrastante pericolo di perdere ogni sua libert
avea fin dalla met del precedente anno con uno slancio inaspettato, e
tutto nuovo acquistato il diritto di mettersi alla testa delle nazioni
d'Europa mature all'emancipazione, e guidarle ad ottenerla: la subita ed
inattesa rivoluzione avea atterriti i despoti che vili per costume
nell'avversit riconobbero Filippo da pochi illusi, o deboli eletto a re
dei Francesi, e si piegarono per sottrarsi alla rovina che li minacciava
a sancirne il principio di _non intervento_ proclamato a favorire gli
sforzi delle nazioni, che sorgessero ad imitarli. La grande scossa era
data, l'assolutismo vacillava, e sarebbe caduto se incauti i Liberali di
Francia che avean fatta la rivoluzione non chiamavano al reggimento
delle cose loro quegli uomini i quali non si erano a dir vero mostrati
nel pericolo, ma che per le loro professioni di fede, e per
l'opposizione costante nella quale si eran mantenuti col governo di
Carlo X, la pubblica confidenza avean sopr'essi raccolta: la tradirono
questi come tradiron la loro coscienza, come cogli interessi della loro
patria gli interessi sagrificarono degli altri popoli, i quali non
dissimulando la loro simpatia per la nazione che superiore all'altre in
civilizzazione rinunziava generosa all'antico desiderio di dominazione,
si mostravan disposti ad esserle compagni all'impresa magnanima di
condurre a Libert l'Europa intera. Primi infatti si mossero alcuni
stati di Germania: chiedevano i Sassoni al loro re una costituzione pi
larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvikesi: oppresso dal dominio
tirannico della casa d'Orange, e depauperato dall'Olanda insorgeva il
Belgio a volere l'indipendenza ed un governo a sua voglia. Pi forte e
pi decisa dichiarava la Polonia sfidando le barbare orde del nordico
tiranno voler essere ormai terra libera o cambiarsi in vasto sepolcro.
S'impegna quindi la lotta ineguale, ed infiammati di patrio amore,
sostenuti dalla speranza di giugnere alfine la Libert e l'indipendenza
bramata, oppongono i valorosi Polacchi non contando i nemici lunga e
ostinata difesa. Sventurati! i prodigj di valore inauditi, i sagrifizj
senza esempio a salvarli non valsero: furono rovesciati dal torrente de'
Vandali ch'essi con una mano armata tentavan respingere mentre chiedevan
coll'altra il promesso soccorso alla Francia, la quale, dimentica delle
perdite e del sangue che all'antica alleata costava la sua fedelt, di
cantici e lodi sol la sovvenne.

Creduto opportuno l'istante si sollev quindi una, parte d'Italia a
procacciarsi Indipendenza e Libert, tanto pi da lunghi anni desiderate
quanto pi grave era il giogo sotto cui gemeva, quanto pi triste ne era
la condizione. Modena diede prima l'esempio; era il colpo fallito per la
vigilanza del sospettoso tiranno se Bologna commossa non ne secondava la
rivoluzione facendo la propria: la Romagna e le Marche non indugiarono e
si sottrassero al governo sacerdotale. I Parmigiani venian appresso e
respingevan da loro una principessa che nulla avea di comune col
grand'uomo cui era stata compagna se non un fasto che impoveriva i
sudditi, che alla di lei condizione mal conveniva.

Vedevano intanto i Toscani con interesse procedere a quel modo le cose
in Italia disposti a seguirne in appresso la sorte, ma non anco maturi
alla grand'opra attendean circostanza opportuna a sollevarsi contro un
governo che di liberale non avea che l'apparenze, che simulando
tolleranza, era come gli altri della Penisola tutto arbitrario e
dispotico.

Guardati da vigilanti e numerose truppe straniere Lombardi e Veneti si
volgean con fiducia al Piemonte lusingati che spingerebbe le temute
legioni a secondare gli sforzi d'Italia: ma i Piemontesi non ancora
volean dichiararsi, fidando nel principe che tra non molto dovea
succedere al re Carlo Felice, di cui la cagionevol salute, e l'avanzata
et facean presagire prossima la fine. Ahi quanto male giudicavan
l'inetto! Chi tradiva, una volta la santissima causa non poteva sentire
n amore di libert n ambizione, di aggiungere al suo nome quello di
liberatore d'Italia: codardo nel cuore, e colla febbre di regnare si
colleg coi nemici della sua patria, ma coi rimorsi nell'anima, ma col
tormentoso presentimento che colla maledizione degli amici sagrificati
un giorno da lui, la pena nol giunga che al traditore  dovuta.
Titubando nell'incertezza aspettavan dal tempo consiglio i Napoletani
preparati a far causa comune coi loro fratelli se ne venia loro il
destro, e se propizie le circostanze si mostrassero; a decidersi
prontamente li tratteneva per la speme riposta nel giovine re da poco
tempo salito sul trono che l'avo e il padre spergiuri avean veduto
vacillare, e che croller sotto lui, poich la lezione non lo fece pi
saggio.

Se con fermezza si mantenea la Francia nell'onorifico posto che avea
scelto, il tempo felice era giunto, ed essa dettava la pagina pi bella
nella sua Istoria: nol volle; rineg o tradusse a suo modo gli emessi
principj: quindi gli inciampi che il concepito movimento rallentarono:
non s'arrestava per, e ne uscivano generali vantaggi. Strapparono ai
loro principi concessioni non lievi alcuni stati germanici: se non
ottenne la Belgica un governo repubblicano, o l'aggregazione alla
Francia l'una dopo l'altro richiesti, fu dell'indipendenza assicurata.
Fu la misera Polonia schiacciata, ma tutti i popoli d'Europa fecero eco
al gemito che cacciava spirando; ma bench dall'Austria infida forzati a
rimanere in uno stato di _quasi barbarie_ mandavano gli Ungheri da ogni
circolo, da ogni casolare indirizza a Vienna, perch fosse un termine
alla strage pei Polacchi superstiti nei quali raddoppiava l'odio pei
loro carnefici. Non ritrasse la Francia tutti i beneficj dalla sua
rivoluzione, ma escludendo nei Pari l'eredit diede il colpo mortale
all'aristocrazia del sangue. Ma stanca, nell'impero, di una gloria
inutile al vincitore, al vinto molesta; tormentata nella ristorazione
dal bisogno di togliersi all'abbiezione in cui l'avean precipitata i
Borboni che a mantenersi in trono avean venduta la patria: disingannata
degli uomini che abbastanza manifestarono che la loro missione era di
parole soltanto: vergognosa di esser guidata dal timido coniglio non dal
gallo generoso corre veloce a cercare la sola felicit de' popoli nelle
istituzioni veramente libere, nella Eguaglianza repubblicana. La
scintilla elettrica della libert passa in ogni cuore, investe ogni
classe: e qual potenza potr frenarne gran tempo lo scoppio?

Sull'oligarcha avean vittoria i liberali inglesi colla proposta del
Bill di riforma, la quale, bench non per anco ammessa dal Parlamento, 
aspettata e quotidianamente dal popolo richiesta.

Se d'armi non forniti, se dalla brevit del tempo sorpresi fidando
anch'essi nella Francia non opponean gl'Italiani al Tedesco che una
debole resistenza, si conobbero, si inteser tra loro, si chiamaron
finalmente fratelli: alla non ben apprezzata patria gli affezion
l'emigrazione dacch viddero quanto amaro sia il tozzo ch'altri con
disprezzo ti getta nella terra che t'accoglie profugo. Eccit in essi
l'emulazione il pugno di bravi che racchiusi nella casa del Menotti
infelice si votarono alla patria, e animosi sostennero il ripetuto
assalto del moderno Ezzelino. Ma li persuase che per tutta l'Italia  un
desiderio solo, un bisogno, anche la piet delle venete madri che ai
teneri figli mostrando come liberatori della patria que' prodi che
l'Austria contro ogni diritto in un mare non suo avea predati, nei
giovanili petti sensi italiani infondevano.

Amare perdite al certo furono ai liberali e l'italiano Menotti col
compagno Borelli dal supplizio dell'assassino e del parricida rapiti per
sentenza del mostro che avea pi volte promesso salvarli! e
l'instancabil Torijos che dall'insidie dei satelliti del tiranno
spagnuolo sul patrio suolo attirato soffriva cogli intrepidi suoi
seguaci il martirio della libert: e il siciliano de Marchi che fu cogli
undici amici sagrificato perch tent sottrarre la patria dall'abborrito
servaggio. Ma ogni stilla del loro sangue innocente  seme d'infamia ai
despoti e a note incancellabili ha scritto pei popoli -- leggi e
libert. Per tutta Europa ora celato ora palese serpeggia l'incendio; se
tenta il despotismo estinguerlo dove si mostra, pi grande si sprigiona
e in altra parte si fa strada; una segreta forza, una specie di moral
magnetismo i popoli attrae alla benefica libert. La spinta 
comunicata; non  a sperare riposo finch non sia ogni privilegio
distrutto; tenti ostinato l'assolutismo a sua posta di arrestare il
progresso, non far che affrettarlo; vegga egli nelle ripetute sommosse
di Parigi e delle provincie di Francia l'opera di bonapartisti, o de'
settatori d'Enrico, o che pi gli giova: ma chi non prevenuto le osserva
attentamente e le segue  a ragione convinto che son assalti vigorosi
all'unica aristocrazia che ora in Francia rimanga; l'influenza delle
ricchezze. Tutte sono proteste de' popoli contro la tirannide, tutte
imperiose domande a riavere i loro diritti: condotti dalla luce che il
secolo andato spandea, convinti che la forza per essi solo  costituita,
procedono risoluti sul terreno che l'assolutismo cede ogni giorno.

Non  l'ora lontana in cui dopo essersi in altrettante nazioni libere
divisa, sar l'umana razza condotta dalla legge d'amore, ad unirsi in
una sola famiglia. Abbiano intanto anch'essi una volta gl'Italiani una
patria. Sia tutta unita l'Italia, e allo straniero non serva. Non
dubbio, ma certo ma universale  gi fatto quel voto: se uniti, siamo
all'opra bastanti, non inutil ricordo ci lasciava il Menotti morendo, di
non calcolare sugli ajuti stranieri, di non aver fede che in noi. Non
pi indugi, non pi transazioni; dove voglia una rivoluzione aver base,
l deve esser guerra e mortale. L'ultime prove ci hanno ammaestrati
solennemente: badiamo a non confondere la moderazione coll'inerzia: il
nemico  dovunque si nuoce alla patria, dovunque si tradisce il voto del
secolo. Chi  reo d'infamia a di codardia abbia col nemico comunione di
sorte: giaccia inonorato senz'onore di tomba: il sepolcro patrio sia per
coloro che piansero sulla Italia, sorsero a darle vita e morirono.
Racconti la pietra ai nepoti il premio che la tirannide concedeva a chi
non respirava che nelle patrie virt. La esperienza c'insegni, -- che
l'affetto di libert non riesce a buon porto se non assume i caratteri
di religione: c'insegni che dalle fondamenta alla cima tutto nuovo deve
essere l'edifizio che innalzeremo: c'insegni a spegnere ogni spirito
municipale, e che nella concordia sola  riposta la forza: nel fermo
volere e nella fiducia del sacrificio il successo: nel salire
all'altezza de' moderni principii il tipo italiano del secolo XIX. --
Questo c'insegni l'anno trascorso; e chi potr dirlo perduto?

                                                                  _Mon._



                         RIVOLUZIONE DI PARIGI


                             (LUGLIO 1830).

I Parigini, sempre inquieti pel sistema retrogrado che il re Carlo X
voleva far prevalere in Francia, attendevano che una qualche favorevole
circostanza presentasse loro il mezzo di smettere il giogo dal quale
erano oppressi. Gli editti reali del 25 luglio infransero le barriere ed
il fantasma del diritto divino fu dissipato dal coraggio del popolo di
Parigi. La monarchia, imposta dal dispotismo d'un milione di baionette,
fu rovesciata da 50,000 coraggiosi che seppero anteporre l'acquisto
della libert allo spargimento del loro sangue. Il popolo parigino,
nelle tre memorabili giornate di luglio, vendic i suoi diritti,
maltrattati dalla forza, e dal dispotismo degli alleati. Questo popolo
port al supremo comando l'uomo puro, l'uomo integerrimo, l'uomo della
libert, Lafayette: il trionfo del popolo, la sera del 29 luglio
sembrava assicurato.

Una frazione d'uomini, corrotti e perversa, immagin d'impadronirsi di
questa rivoluzione e di farla valere a suo profitto. D'una rivoluzione
nazionale si fece una rivoluzione di palazzo. Con questa mira si
allontanarono gli amici della causa popolare, e si avvicinarono al trono
gl'intriganti e gli ambiziosi. Furono congedati Lafayette, Dupont de
l'Eure, Odillon, Barrot, ecc., e conservati Talleyrand, Sebastiani,
Perrier, Montalivet, ecc. La rivoluzione di palazzo fece aprire le
trattative coi re dell'Europa, riconoscere gl'ignominosi trattati del
1814 e del 1815, ricusare le offerte dei Belgi, abbandonare, disperdere
i patriotti di Spagna e dell'Italia, e commettere l'azione la pi
impolitica e la pi infame, nel lasciar perire l'eroica Polonia. La
rivoluzione di palazzo rimase tutta a profitto di quei vili che ambivano
gli onori, gli impieghi, e le ricchezze. Costoro non si occuparono che
di quello soltanto che poteva e doveva consolidare il loro ben essere
particolare. Nel mentre che la corte, i ministri, e la Camera dei pari
favorivano i propri interessi, la Camera dei deputati non intendeva il
proprio dovere. Questa Camera avrebbe dovuto vigorosamente opporsi al
sistema che voleva adottare il suo governo. Essa non poteva ignorare la
pubblica opinione. La stampa periodica non ha mai taciuto; questa
interprete del voto nazionale, a rischio de' suoi materiali interessi, e
del suo ben essere, ha svelato i misteri, ed ha combattuto
incessantemente i nemici del popolo. Anche i pochi buoni
dell'opposizione hanno con coraggio sostenuto gl'interessi della causa
popolare, hanno per dovuto essi pure soggiacere alla maggioranza.
Gl'interessi della nazione furono sagrificati.

La libert, per tutto circondata dal potente e baldanzoso dispotismo,
come potr trionfare? Ai Pirenei, alle Alpi, al Reno stanno in agguato i
pi acerrimi nemici della Francia e della libert. Come potr prosperare
l'industria francese, avendo gl'Inglesi alla direzione delle manifatture
del Belgio? In caso di guerra, che disposizioni potr dare un generale
francese, avendo un re inglese ad Ostenda, a Mons, ed a Lussemburgo?
Quando pi mai la Francia vedr tre milioni di Polacchi, resi dal loro
coraggio indipendenti, combattere in favore della stessa causa, e
degl'interessi di lei!

La giovent francese, colla coscienza del suo vero bene, voleva correre
a Brusselles per aiutare quel popolo che spargeva il suo sangue, per
unirsi alla Francia. L'eroica difesa dei Polacchi trovava simpatia ed
ammirazione in ogni cuore. Allorch si  voluto rallegrare la guardia
nazionale di Parigi, e distrarla dai sinistri riflessi che potevano
esserle richiamati dall'anniversario delle tre giornate, si  immaginato
di far spargere la notizia di una vittoria riportata dai Polacchi. Il
machiavellismo del ministro francese credette utile di traviare il
pensiero dei Parigini, facendo trovar loro sulla Vistola quella
consolazione che non potevano avere sulla Senna.

Gloria eterna al coraggio ed all'intrepidezza del popolo di Parigi, ed
esecrazione a coloro che fecero piegare il trionfo del popolo a
vantaggio d'una rivoluzione di palazzo. Esecrazione a coloro che
soffrono vilmente, che la causa della libert perda il frutto di
circostanze cotanto favorevoli.

Non tarder no il giorno nel quale la Francia dovr pentirsi di essere
stata spettatrice indifferente del sacrifizio della sua libert, e di
avere lasciato nelle mani di pochi intriganti il destino della patria.
S; la Francia si pentir di aver permesso che l'egoismo del traffico e
dell'ambizione abbiano prevalso al ben essere, alla gloria, ed all'onore
dell'intera nazione.

                                                  _Articolo comunicato._



                             AGLI ITALIANI.


Quando intraprendemmo di pubblicare una serie progressiva di scritti
tendenti alla rigenerazione italiana, noi intraprendemmo, convien dirlo
francamente, una cosa superiore alle nostre forze. Noi soli non possiamo
vincere tutte le difficolt che s'attraversano -- non isvolgere
convenevolmente, e in tutte le sue applicazioni letterarie, filosofiche,
politiche il concetto vasto, e fecondo, che ci affatica la mente -- ma
noi fidammo nell'aiuto de' nostri fratelli italiani.

Noi calcolammo gli ostacoli, pesammo i doveri, intravedemmo i pericoli
-- tutto sfum davanti all'utile dell'intrapresa. Oggimai, la stampa 
l'arbitra delle nazioni. Le nazioni hanno sete di verit. L'Italia non
ha una voce che si levi a bandirla; e chi mai pu scrivere, o lagnarsi
in una terra, dove fin la indipendenza letteraria procede esosa a'
governi, dove il gemito  argomento di pena, e la ruga de' profondi
pensieri stampata sulla fronte al giovane  spia di tendenze pericolose
agli inquisitori politici? L'Italia non ha una voce, che si levi a
snudarne le piaghe, a romperne il sonno, a predicare i rimedi. Ogni
giorno segna una vittima della tirannide -- e non v' alcuno che ne
raccolga l'ultima maledizione. Ogni giorno genera un voto, una idea di
progresso nei giovani cuori -- e non v' alcuno, ch'esprima altamente i
voti e le idee, che solcano l'anime, che balenano nelle menti, poi si
perdono inavvertite, perch nessuna penna d loro forma, e perpetuit.
-- E il furore delle poche anime generosamente feroci si consuma
solitario nella disperazione, e i molti vivono d'una vita materiale, non
s'attentando pure di rompere un silenzio, che si traduce poi lentamente
in obblio.

Ma gli esempli di tutte le et, e di tutte le nazioni ci avvertono, che
dove non si propaga colla stampa il lume de' principii alle moltitudini,
dove non si trasfonde colla parola la fede, difficilmente si prorompe in
un moto energico ed efficace. E le cure che i governi pongono a
reprimere ogni libert di scrittori, e le precauzioni minute usate
contro la introduzione d'ogni libro che parli parole libere, c'insegnano
quanto essi tremino dell'effetto di siffatte dottrine, perch
_l'inchiostro del savio vale quanto la spada del forte_, e Maometto, che
proferiva queste parole, s'inoltrava tra le genti colla spada in una
mano, e il Corano nell'altra. -- E noi potremmo citare le circolari date
dal re Carlo Alberto a' doganieri del suo Stato, poi che il manifesto
del nostro giornale ebbe veduta la luce, perch vegliassero a impedirne
la introduzione e le inquisizioni praticate fin d'ora su' viaggiatori a
vedere se mai ne fossero portatori.

Per, noi ci determinammo all'impresa.

Ma siffatte imprese non giungono all'intento, se non durano ostinate, e
progressivamente migliori. La stampa non giova, se la diffusione non 
vasta, continua, ed universale. -- Di mille esemplari d'uno scritto,
cinque cento vanno perduti per la vigilanza di chi sta contro, o per le
paure degli uomini a' quali giungono. -- Gli altri circolano
generalmente tra chi ne ha meno bisogno, n trapassano, se non di rado
alla giovent, che le cure della esistenza allontanano dagli studi e
dagli agi. -- Poi, uno scritto che riescir ottimo per una classe, 
parola muta per l'altre, ineducate e senza esercizio di lettura. -- E
per noi abbiamo in animo, se avremo aiuti, di pubblicare unitamente a
questo un giornale popolare, pianamente scritto, e pensato, destinato a'
parrochi di contado, agli artieri, alle classi insomma operose. -- Ma
perch l'opera riesca, efficace, conviene estenderla quanto si pu -- 
d'uopo, che il numero degli esemplari s'aumenti gradatamente -- 
d'uopo, che in ogni angolo de' loro stati, nelle officine, ne' teatri,
nelle universit, dappertutto la _parola libera_ s'affacci agli
oppressori, come il _Mane, Thecel, Phare_ di Balthazar.

E perci -- noi ci rivolgiamo a' nostri fratelli d'esilio -- a quanti
giovani hanno sortita un'indole forte, e un ingegno svegliato dalla
natura -- a quanti son posti dalla fortuna in condizioni che concedono
mezzi di soccorso pecuniario e morale all'impresa -- Italiani, nostri
concittadini! noi v'invochiamo tutti. Questo giornale non si sosterr se
non per voi. Se a voi sembra giovevole la diffusione de' buoni principii
-- se vi pare che noi non siamo indegni di assumerci questo ministero,
sta in voi di promuoverlo. -- Spiate la tirannide che v'opprime, ne'
suoi minimi atti: raccogliete i documenti delle infinite ingiustizie,
che passano inosservate: raccogliete il grido della miseria: notate le
vessazioni, le venalit, le brighe, le persecuzioni: e fate che giungano
fino a noi -- additateci il linguaggio che trova la via dei cuori:
rivelateci i pregiudizi, che meritano d'essere combattuti a preferenza,
gli errori pi radicati, le riforme le pi urgenti, perch si prepari il
terreno da noi. -- Poi, soccorrete all'opera italiana coi mezzi
necessari alla propagazione: versate l'obolo per la causa santa. --
Abbiate fede in noi. -- Noi la richiediamo, perch sappiamo di
meritarla: perch possiamo levar la fronte a Dio, e agli uomini, e non
arrossire: perch la mente pu mancarci all'uopo, ma il core  puro, le
intenzioni sante, e il proposito deliberato.

Ora noi abbiamo fatto il nostro dovere: del resto avvenga che pu. Noi
innalziamo una bandiera. Spettai a voi, o Italiani, circondarla
d'affetti e di sacrifici: a voi reggerla sublime all'aure. -- Noi la
sosterremo questa bandiera, finch le braccia nostre varranno. Se
avranno a ricadere stanche sul petto -- ed altre braccia non
sottentreranno alle nostre -- noi ci racchiuderemo nel silenzio,
aspettando l'ora, che deve chiamarci tutti alle vie dell'azione.

                                                              _Mazzini._




                                  ----




                         Nota del Trascrittore


Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, cos come le
grafie alternative (principi/princip e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti
refusi (tra parentesi il testo originale):

    xvi -- par le capitaine [capitain] De Martino
    13 -- voluto dal [del] secolo
    23 -- perch l'anima dello [della] schiavo
    23 -- e la vicenda [vicendo] europea
    53 -- mandarono pertanto a lord Whitworth [loro Wothworth]
    56 -- poteva da un punto all'altro riuscire [riusciere]
    87 -- e de' delitti consumati [consusumati]
    102 -- La riunione pone in pericolo [periricolo]





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especially commercial redistribution.



                   The Full Project Gutenberg License


_Please read this before you distribute or use this work._

To protect the Project Gutenberg(tm) mission of promoting the free
distribution of electronic works, by using or distributing this work (or
any other work associated in any way with the phrase "Project
Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project
Gutenberg(tm) License available with this file or online at
http://www.gutenberg.org/license.


 Section 1. General Terms of Use & Redistributing Project Gutenberg(tm)
                            electronic works


*1.A.* By reading or using any part of this Project Gutenberg(tm)
electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all the
terms of this agreement, you must cease using and return or destroy all
copies of Project Gutenberg(tm) electronic works in your possession. If
you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project
Gutenberg(tm) electronic work and you do not agree to be bound by the
terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or
entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.

*1.B.* "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
used on or associated in any way with an electronic work by people who
agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few things
that you can do with most Project Gutenberg(tm) electronic works even
without complying with the full terms of this agreement. See paragraph
1.C below. There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg(tm) electronic works if you follow the terms of this agreement
and help preserve free future access to Project Gutenberg(tm) electronic
works. See paragraph 1.E below.

*1.C.* The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of
Project Gutenberg(tm) electronic works. Nearly all the individual works
in the collection are in the public domain in the United States. If an
individual work is in the public domain in the United States and you are
located in the United States, we do not claim a right to prevent you
from copying, distributing, performing, displaying or creating
derivative works based on the work as long as all references to Project
Gutenberg are removed. Of course, we hope that you will support the
Project Gutenberg(tm) mission of promoting free access to electronic
works by freely sharing Project Gutenberg(tm) works in compliance with
the terms of this agreement for keeping the Project Gutenberg(tm) name
associated with the work. You can easily comply with the terms of this
agreement by keeping this work in the same format with its attached full
Project Gutenberg(tm) License when you share it without charge with
others.

*1.D.* The copyright laws of the place where you are located also govern
what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in
a constant state of change. If you are outside the United States, check
the laws of your country in addition to the terms of this agreement
before downloading, copying, displaying, performing, distributing or
creating derivative works based on this work or any other Project
Gutenberg(tm) work.  The Foundation makes no representations concerning
the copyright status of any work in any country outside the United
States.

*1.E.* Unless you have removed all references to Project Gutenberg:

*1.E.1.* The following sentence, with active links to, or other
immediate access to, the full Project Gutenberg(tm) License must appear
prominently whenever any copy of a Project Gutenberg(tm) work (any work
on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
performed, viewed, copied or distributed:

    This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
    almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away
    or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License
    included with this eBook or online at http://www.gutenberg.org

*1.E.2.* If an individual Project Gutenberg(tm) electronic work is
derived from the public domain (does not contain a notice indicating
that it is posted with permission of the copyright holder), the work can
be copied and distributed to anyone in the United States without paying
any fees or charges. If you are redistributing or providing access to a
work with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on
the work, you must comply either with the requirements of paragraphs
1.E.1 through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the
Project Gutenberg(tm) trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or
1.E.9.

*1.E.3.* If an individual Project Gutenberg(tm) electronic work is
posted with the permission of the copyright holder, your use and
distribution must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and
any additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
will be linked to the Project Gutenberg(tm) License for all works posted
with the permission of the copyright holder found at the beginning of
this work.

*1.E.4.* Do not unlink or detach or remove the full Project
Gutenberg(tm) License terms from this work, or any files containing a
part of this work or any other work associated with Project
Gutenberg(tm).

*1.E.5.* Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg(tm) License.

*1.E.6.* You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any
word processing or hypertext form. However, if you provide access to or
distribute copies of a Project Gutenberg(tm) work in a format other than
"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version
posted on the official Project Gutenberg(tm) web site
(http://www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or
expense to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a
means of obtaining a copy upon request, of the work in its original
"Plain Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include
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*1.E.7.* Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg(tm) works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.

*1.E.8.* You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg(tm) electronic works
provided that

  - You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
    the use of Project Gutenberg(tm) works calculated using the method
    you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
    to the owner of the Project Gutenberg(tm) trademark, but he has
    agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
    Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
    within 60 days following each date on which you prepare (or are
    legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
    payments should be clearly marked as such and sent to the Project
    Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
    Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
    Literary Archive Foundation."

  - You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
    you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
    does not agree to the terms of the full Project Gutenberg(tm)
    License. You must require such a user to return or destroy all
    copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
    all use of and all access to other copies of Project Gutenberg(tm)
    works.

  - You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
    any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
    electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
    receipt of the work.

  - You comply with all other terms of this agreement for free
    distribution of Project Gutenberg(tm) works.


*1.E.9.* If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg(tm) electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
Hart, the owner of the Project Gutenberg(tm) trademark. Contact the
Foundation as set forth in Section 3. below.

*1.F.*

*1.F.1.* Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
public domain works in creating the Project Gutenberg(tm) collection.
Despite these efforts, Project Gutenberg(tm) electronic works, and the
medium on which they may be stored, may contain "Defects," such as, but
not limited to, incomplete, inaccurate or corrupt data, transcription
errors, a copyright or other intellectual property infringement, a
defective or damaged disk or other medium, a computer virus, or computer
codes that damage or cannot be read by your equipment.

*1.F.2.* LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
Gutenberg(tm) trademark, and any other party distributing a Project
Gutenberg(tm) electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal fees.
YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT LIABILITY,
BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE PROVIDED IN
PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE TRADEMARK OWNER, AND
ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE LIABLE TO YOU FOR
ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR INCIDENTAL DAMAGES
EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH DAMAGE.

*1.F.3.* LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium with
your written explanation. The person or entity that provided you with
the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a
refund. If you received the work electronically, the person or entity
providing it to you may choose to give you a second opportunity to
receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy
is also defective, you may demand a refund in writing without further
opportunities to fix the problem.

*1.F.4.* Except for the limited right of replacement or refund set forth
in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS,' WITH NO OTHER
WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO
WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

*1.F.5.* Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages.
If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the
law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any
provision of this agreement shall not void the remaining provisions.

*1.F.6.* INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg(tm) electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the production,
promotion and distribution of Project Gutenberg(tm) electronic works,
harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees,
that arise directly or indirectly from any of the following which you do
or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg(tm)
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg(tm) work, and (c) any Defect you cause.


   Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg(tm)


Project Gutenberg(tm) is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg(tm)'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg(tm) collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation was created to provide a secure and
permanent future for Project Gutenberg(tm) and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


  Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
                               Foundation


The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state
of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue
Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is
64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the
full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations. Its business office is located at 809
North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official page
at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

    Dr. Gregory B. Newby
    Chief Executive and Director
    gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary
                           Archive Foundation


Project Gutenberg(tm) depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations where
we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make any
statements concerning tax treatment of donations received from outside
the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other ways
including checks, online payments and credit card donations. To donate,
please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


 Section 5. General Information About Project Gutenberg(tm) electronic
                                 works.


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg(tm)
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg(tm) eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg(tm) eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. unless
a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily keep eBooks
in compliance with any particular paper edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's eBook
number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected _editions_ of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is renamed.
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